Ci deve essere qualcosa, che a me sfugge, che spinge i calabresi, come cercherò di dimostrare soprattutto i calabresi, a cercare presunti tesori antichi con tutti i mezzi a disposizione sulla terraferma: pale e picconi, 'spilloni' e metal detector da tombaroli, georadar e droni dotati di potentissimi infrarossi (come ha dimostrato la recente "retata" di ladri di memoria); ma, ora, anche sott'acqua per mezzo dei nuovissimi 'side scan sonar' e 'sub bottom profiler' che consentirebbero di individuare gli oggetti sommersi. Qualcuno potrebbe dire: di nuovo la storia della caccia al tesoro di Alarico? No, questa volta i calabresi, in particolare l'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente della Calabria (Arpacal), sono andati fino a Nemi, vicino a Roma, per cercare la terza nave di Caligola, una imbarcazione imperiale romana che qualcuno pensa possa trovarsi, come le altre due rinvenute negli anni '20 del secolo scorso, sotto le acque del lago omonimo. Non c'è, forse, bisogno di ricordare che Nemi ed il suo territorio sono la scaturigine di molte leggende antiche che sono state oggetto di studio, fra la fine dell'800 e gli inizi del '900, da parte di James Frazer. Lo studioso scozzese, nel suo celeberrimo "Ramo d'oro", descrive la nascita della magia e della religione volendone capire la rispettiva origine e le eventuali differenze. Frazer lo fa partendo proprio da Nemi, o meglio dal Santuario di Diana Nemorensis, dove nell'antichità era stata osservata una legge inesorabile, quella del Re del Bosco, che era stato al tempo stesso un sacerdote e un assassino in quanto poteva aspirare a quell'ufficio soltanto chi avesse ucciso il suo predecessore. Il luogo ideale per far nascere e proliferare fiabe e leggende, dunque. L'inizio moderno della storia che voglio raccontare, invece, si colloca in epoca fascista quando, grazie a un'impresa archeologica senza precedenti, erano state recuperate due grandi navi romane, ma la caccia al tesoro potrebbe ripetersi, perché c'è uno studioso locale che ritiene che esista, come per i Bronzi di Riace, una terza nave, quella che sarebbe sfuggita alle ricerche di epoca fascista, e che essa sia la più imponente e lussuosa della flotta. Così come per il presunto tesoro di Alarico è ripartita, aujourd'hui, la ricerca di questa presunta ricchissima nave che Svetonio, nel suo "De vita Caesarum" del II secolo d.C., così descriveva: "Dieci file di remi, la poppa brillante di gioielli, ampi bagni, gallerie e saloni, sempre rifornite di gran varietà di viti e alberi da frutto". I primi tentativi di riportare alla luce le navi, avvistate dai pescatori del luogo, risalgono già al Rinascimento, quando il cardinale Prospero Colonna incaricò l'architetto Leon Battista Alberti di esplorare il relitto più vicino alla riva. Il secondo tentativo, documentato nel suo trattato di "Della Architettura militare", fu voluto da Francesco De Marchi nel 1535. Il 15 luglio di quell'anno De Marchi decise di immergersi personalmente avvalendosi di una specie di campana inventata da Guglielmo di Lorena, che pure partecipò alle immersioni, grazie alla quale cercò di fasciare la nave con cordami, nel tentativo, vano, di riportarla in superficie. Le esplorazioni proseguirono, infruttuosamente, fino alla fine dell'Ottocento, quando ci si rese conto che le imbarcazioni erano troppo grandi e pesanti per poter essere portate a galla con i mezzi dell'epoca. Il 9 aprile 1927, in un discorso tenuto presso la Reale Società Romana di Storia Patria, Mussolini annunciò la decisione di riportare alla luce i relitti delle due navi. L'impresa fu affidata alla società Costruzioni Meccaniche Riva di Milano, guidata dall'ingegnere Guido Uccelli, che mise in campo tecnologie all'avanguardia per l'epoca: turbine e pompe meccaniche che riaprirono l'emissario etrusco del lago, abbassandone il livello di oltre venti metri e facendo progressivamente affiorare due gioielli di architettura navale romana, in ottimo stato di conservazione. I due relitti, lunghi rispettivamente 71 e 75 metri, furono trasportati nel Museo delle Navi romane di Nepi, appositamente costruito e inaugurato in pompa magna da Mussolini e Bottai. Le navi non ebbero molta fortuna perché, nella notte tra il 31 maggio e il primo giugno 1944, il Museo fu devastato da un violento incendio, che distrusse completamente i due relitti. La natura dell'incidente non è mai stata chiarita, anche se l'ipotesi più accreditata è che si sia trattato di un incendio di natura dolosa, appiccato dalle truppe tedesche in spregio al patrimonio artistico italiano. La ricerca della leggendaria terza nave è ripartita ufficialmente a giugno 2016, quando il sindaco di Nemi, Alberto Bertucci, ha abbracciato l'ipotesi avanzata da un architetto di Genzano, Giuliano di Benedetti, che sostiene di possedere prove storiche dell'esistenza della terza nave e della sua effettiva presenza sul fondo del lago di Nemi. Personaggio singolare, quest'ultimo, considerando che qualche anno fa affermò che la "selva oscura" di cui parla Dante nella Divina Commedia si trovava proprio a Nemi. L'aspetto della già risibile vicenda diventa ancora più divertente, o più disperante per noi calabresi, quando l'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente della Calabria (Arpacal) ha deciso, di recente, di collaborare al progetto, inviando sul posto il dottor Luigi Dattola, esperto del Centro Geologia e Amianto dell'azienda regionale calabrese, con due strumenti, un "side scan sonar" e un "sub bottom profiler", che consentono di individuare gli oggetti sommersi. Una dotazione indispensabile, dal momento che il fango nel lago limita la visibilità sottomarina a meno di 25 centimetri. Bisogna rimarcare che la Soprintendenza del Lazio non ha mai partecipato a questo progetto perché ha ritenuto infondate le ricerche a causa della totale assenza di indizi che potessero far pensare all'esistenza di una terza nave di Caligola. Questa caccia al tesoro, iniziata a settembre del 2016, diventa tragicomica come quella al tesoro di Alarico, quando anziché la terza, gigantesca e ricchissima nave romana dell'imperatore Caligola lunga circa 80 metri sul fondo del lago di Nemi è stata individuata, nonostante i mezzi tecnici all'avanguardia messi a disposizione dall'Arpacal, solo una barchetta da pesca della prima metà del '900. A confermare il magro bottino della vasta campagna di ricerche ultratecnologiche, svolta nella prima metà di aprile 2017, è stata proprio l'Arpacal con una dichiarazione fatta all' "Osservatore Laziale" l'8 maggio 2017. A conclusione di questa vicenda non possiamo, intanto, che esprimere molte perplessità riguardo all'utilizzo delle risorse strumentali e professionali calabresi per supportare una improbabile caccia al tesoro condotta nel Lazio. In particolare sorgono molte perplessità rispetto al distoglimento delle suddette risorse dalla attività istituzionale dell'Arpacal che a nessuno sembra che sia così vigile e solerte nella protezione dell'Ambiente calabrese, se si tiene conto in quali, penose, condizioni versano le nostre acque, fiumi e mari, e le nostre superfici alberate, boschi e foreste, e, soprattutto, il nostro sfasciato sistema idrogeologico. Era proprio così inevitabile e necessario impegnare dispositivi tecnologici e professionisti calabresi nella caccia al tesoro di Nemi? C'è da chiedersi, anche, perché i calabresi e le Istituzioni calabresi trovino così allettante la caccia ai presunti tesori dell'antichità? Quali profonde corde dell'animo dei calabresi toccano queste leggende riguardanti i tesori antichi? Provocano, forse, un rimescolamento emotivo dovuto al ricordo infantile delle favole ascoltate intorno al braciere? La scoperta del tesoro, di un tesoro, è, forse, uno dei sogni di riscatto individuale e collettivo ricorrenti, il cui inveramento è più verosimile rispetto alla costruzione di un sano e solido sviluppo socioeconomico della Calabria? Mi convinco, sempre di più, che, per capire meglio il rapporto fra i calabresi e i tesori dell'antichità, si debbano usare strumenti psicoanalitici e antropologici, ma è un ambito di ricerca, questo, che esula un po' dalle mie competenze scientifiche e credo che, per affrontarlo, debba arricchire ed allargare, soprattutto all'ambito medico, i miei studi.
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Battista Sangineto
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