Pochi artisti nazionali alla Biennale di Venezia e nelle università svizzere non s'insegna più l'italiano II piano di rilancio: mostre per scoprire creativi nostrani e corsi di lingua all'estero Italia ferma ai box come la Ferrari, secondo qualcuno emblema della crisi del made in Italy? Italia paese "ultimo" in tutto? Alcune recenti statistiche ci pongono sul gradino più basso tra i Paesi Ocse ed Ue in quanto a fiducia, pil, competitività, ricerca, lauree e occupazione femminile, mentre avremmo i bambini più poveri. Persino con la cultura e l'arte staremmo messi maluccio: la classifica dei "50 scrittori per domani" stilata dal mensile francese Lire, ad esempio, ci ha letteralmente ignorato. Gli altri ci sono praticamente tutti: scozzesi, greci, inglesi, tedeschi, svizzeri, spagnoli, russi, americani e israeliani e persino scrittori afgani, turchi, coreani del sud, bosniaci e singalesi. Arte e lingua patrie senza fama Con l'arte non va meglio e qui ci facciamo male da soli: alla 51esima Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia i nostri artisti sono solo quattro. Stavolta la questione non è passata inosservata, anche perché a sollevarla, insieme a diversi critici, è stato il ministro dei Beni culturali, Rocco Buttiglione: «L'idea che solo quattro artisti italiani siano presenti alla Biennale è davvero strana: lo sarebbe anche se l'esposizione fosse stata a Montevideo o a New York, perché l'arte italiana è una parte importante dell'arte internazionale di oggi». Più lapidario Vittorio Sgarbi: «Uno schifo! Una vergogna! Un circo!». Da un'indagine condotta dalla Direzione generale per l'arte e l'architettura contemporanee del ministero dei Beni e le Attività culturali, però, è emerso che nei confronti della nostra produzione artistica c'è da parte dell'intellighenzia straniera un atteggiamento di curiosità, nel migliore dei casi. Nel peggiore si pensa che, non essendo conosciuta, non sia interessante. Un dato che dovrebbe fax riflettere gli eredi di Michelangelo e Raffaello. A forza di etero e autodenigrazioni, però, forse l'Italia sta ritrovando un pizzico di orgoglio culturale. I segnali positivi non mancano. Al Vittoriano, fino al 18 settembre, è in corso la grande mostra voluta dal presidente Ciampi in vista dei 150 anni dall'Unità. La rassegna, promossa in collaborazione con i Beni culturali e la Camera dei deputati, presenta numerose immagini simboliche dell'appartenenza italiana. Spiega il curatore, Giuseppe Galasso: «L'obiettivo è smentire l'idea di una identità italiana debole, senza orgoglio. Abbiamo superato un'infinità di prove, come le guerre mondiali, il fascismo, il passaggio dalla monarchia alla repubblica, siamo sopravvissuti a vicende politiche e militari, ma siamo ancora uniti. Questo dovrà pur significare qualcosa». Ragionamento ineccepibile: cominciamo a volerci bene per poi difenderci dagli attacchi che subiamo dall'esterno. La nostra lingua, ad esempio, è stata cancellata dalle conferenze stampa dei commissari europei. Scelta che, complice anche l'estinzione delle cattedre di italiano nelle università svizzere, ha aperto un vivace dibattito. Il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, ha dato indicazione agli Istituti di cultura di impegnarsi per rilanciare la nostra identità linguistica e culturale. I programmi già in atto vedono tra l'altro oltre 6 mila corsi di italiano all'estero e una settimana annuale di promozione, in collaborazione con l'Accademia della Crusca. Ma l'appello per la sopravvivenza della lingua "dove il sì suona" è stato accolto anche da altre istituzioni. Nella criticatissima Rai (anche per la sua esterofilia) è nato da poco un laboratorio che "vigila", richiamando i conduttori ad utilizzare il meno possibile termini stranieri. Il Consiglio nazionale delle ricerche, poi, è attivissimo. Il dipartimento Identità culturali ha finanziato 139 progetti di ricercatori under 35 e organizzato un convegno su "L'italiano e l'Europa" con l'Opera del vocabolario italiano, a sua volta impegnata nell'organizzazione di una banca dati interrogabile in internet dei testi in volgare fino alla fine del '300 e della prima parte del "Tesoro della lingua italiana delle origini". «Il sistema culturale italiano» ha sottolineato nell'occasione Roberto de Mattei, vicepresidente del Cnr e consigliere per le relazioni culturali di Fini, «tende a sottovalutare il forte nesso che lega cultura e lingua, riducendo la prima ad evento spesso effimero e la seconda a mero strumento di comunicazione». Invece, «di fronte alla crescente egemonia della lingua inglese, interfaccia del soft power angloamericano, serve proprio una diffusione della lingua che sia anche promozione culturale. Tale compito non può essere sostenuto da una singola identità nazionale, ma se gli Stati dove si parlano le lingue romanze attivassero tra loro, a partire dalla scuola, un sistema volto alla reciproca comprensione, nel 2025 avremmo un blocco di parlanti lingue neolatine, potenzialmente in grado di intendersi, di 1,3 milioni di persone, in grado quindi di competere con il blocco anglofono e con quello cinese». La burocrazia che non aiuta II problema della "lingua mondiale" è stato affrontato anche dal presidente dell'Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, perplesso sia dall'idea di "rilanciare l'esperanto" sia da quella di «affiancare all'inglese una seconda lingua, sostenuta soprattutto dai francesi, i quali ovviamente pensano alla loro». Il linguista si è anche detto scettico sull'«abusato paragone tra l'inglese di oggi e il latino: il confronto non calza. Il latino antico, infatti, non si affermò laddove incontrò lingue di cultura come il greco, mentre quello medievale venne progressivamente soppiantato dalle lingue romanze poiché non di uso quotidiano». Secondo Sabatini «non si tratta di difendere una lingua, ma tutte le lingue europee come patrimonio comune», contro decisioni istituzionali (il riferimento è all'Ue) che «non possono essere prese da singoli uffici ma devono essere oggetto di dibattito degli organismi deliberanti». Segnali in direzione di un italian pride insomma, ci sono. Certe volte, però, ci si mette anche la nostra macchinosa burocrazia a complicare le cose. Come nel caso dei dodici carabinieri, cinque militari e due civili caduti a Nassiriya che, durante le celebrazioni dell'ultima Festa della Repubblica, non hanno ricevuto l'attesa medaglia al valore per una caviliosa impasse di tipo giuridico. La polemica si è ulteriormente arroventata perché nella stessa ricorrenza erano invece pronte, "lucidissime" e appena coniate, le Onorificenze al Merito della Repubblica, conferite a Roberto Benigni, Fred Bongusto, Peppino Di Capri, Dante Ferretti, Francesco De Gregori ed altri rappresentanti del giornalismo, della musica e del cinema di casa nostra. Nessun vuoi disconoscere i meriti culturali degli interpreti di brani immortali come Una rotonda sul mare e Champagne, ma chi ha perso la vita per il suo Paese meriterebbe più considerazione.