Gentile direttore, ci sono alcune imprecisioni nella interviste di Giandomenico Cortese del 5 gennaio che mi preme correggere anche perché possono creare equivoci a danno di Antonio Canova. Le steli di cui Cortese mi fa parlare non furono rubate dalla Cappella gentilizia di Villa Gernetto, ma asportate illegalmente per venderle all'estero. Sono state presentate alla sovrintendenza di Palermo pensando di non dare nell'occhio e ottenere l'autorizzazione per l'espatrio. Invece furono riconosciute come opere del Canova e, in base alle norme, non solo bloccate ma acquistate, per il diritto di prelazione, al prezzo denunciato, dalla Regione, per destinarle alle collezioni pubbliche. E si può anche pensare che, essendo stata l'asportazione, per l'esportazione, abusiva, e trattandosi di beni inamovibili, conoscendone l'originaria ubicazione, da fotografie e documenti, Berlusconi potrebbe pretenderne la restituzione a buon diritto. De Fabris è l'autore di altre porzioni del monumento ancora erratiche. Le due grandi lastre di Canova le ho viste a Palermo quando furono acquistate, e affidate a Palazzo Mirto. Oggi sono a palazzo Aiutamicristo, sede della Soprintendenza che dipendeva da me quando ero assessore alla cultura della Regione Siciliana. Mentre il corpo della contessa Mellerio del de Fabris è nella Fondazione Cavallini Sgarbi. E conosco bene anche la cappella da cui provengono in Villa Gernetto a Lesmo, ora proprietà, dopo lo scempio della cappella, di Berlusconi. Impreciso è anche che io mi possa allineare con la Casarin su alcunché. Tanto meno su Adam Lowe (Factum) che io feci lavorare per primo in Italia 14 anni fa, nel 2006, da assessore alla Cultura del Comune di Milano. Ribadisco che le opportune operazioni di riproduzione fedele, anche commerciale, devono essere sottoposte al Consiglio d'Amministrazione della Fondazione.