Nei giorni e mesi scorsi si sono avute su queste ed altre colonne polemiche intorno ai Festival. In particolare Mantova. Da qualche anno mi capita d'essere invitato a Festival letterari a leggere le mie poesie. Ma l'argomento Festival è noioso, sa di sociologico. Per me i Festival che ho conosciuto sono la faccia di certe persone. Quella concentrata e aperta di Paola, ad esempio, e di suo fratello, il romanziere Flavio Soriga, anime di un festivalino piccino picciò ma vivo e di grande preziosità tenutosi a Seneghe, entroterra sardo tra Cagliari e Oristano. C'è chi dice che non sono cultura, ma spettacolo. Può essere, ma bisogna intendersi. Già molti anni fa, Francesco Arcangeli avvertiva che il rischio dell'artista contemporaneo è di diventare un intrattenitore. In molti cadono in questo rischio: per soldi, per vanità, per distrazione. Perché non cercano più, ma recitano il proprio minimo o grande personaggio. La differenza, vale la pena ripeterlo, è che l'arte non può esaurire il suo compito in nessuna forma di intrattenimento. Ci sono coloro che si intrattengono con cose noiose, e non per questo stanno vivendo un'esperienza artistica. Perché l'arte non vuole il tuo tempo libero, o la crosta superficiale della vita che sono le opinioni o i gusti. La «Divina Commedia» in realtà se ne sbatte delle opinioni dei suoi lettori, o dei loro gusti, li porta a un livello di coscienza diverso della esistenza. Se ci stanno, naturalmente. Poiché l'intrattenimento può avere qualcosa di automatico, di meccanico. Batti il piede a ritmo anche se non ascolti la musica in piazza Ma il cuore ti batte per il viaggio di Dante solo se decidi liberamente di stare attento. L'arte vuole che la parte profonda della vita entri in gioco, si rianimi. Lo spettacolo no, non ha queste pretese. Uno spettacolo chiede l'applauso, l'arte chiede di più. Perché offre di più. Anzi, l'arte offre sempre... Ma non c'è per forza alternativa, fra cultura e intrattenimento. Voglio dire che due cose, pur senza confondersi, possono convivere e stare vicine. E l'intrattenimento può introdurre all'esperienza culturale, senza voler coincidere con essa. I Festival nascono e (per ora) prosperano perché si allarga la domanda di un certo genere di intrattenimento che possa anche introdurre all'esperienza artistica. E, certo, prosperano anche per la confusione che si fa tra le due. L'aspetto di spettacolo dei Festival non è solamente nei veri e propri show, magari camuffati da momenti di cultura, che vi si tengono. Ma anche nel fatto stesso che andandoci trovi un sacco di gente, magari bizzarra, che ti trovi in bei posti come Mantova o strani come Seneghe o a Lodève nel sud della Francia... Non c'è niente di male in questo: fanno i Festival della patata, o, che so, della tagliatella (le chiamavano sagre) e non si può fare la sagra della letteratura ? Chi vuole ci vada. E poi non è detto che un intrattenitore non possa non essere anche un buon artista. Marinetti, ad esempio, fu tacciato dai suoi avversari d'essere solo un funambolo bislacco. Ma nelle sue performance tra colpi di scena e bizzarrie stava realizzando l'unica grande avanguardia che ha avuto l'Italia nel '900. Insomma, io non accuso i Festival e non li assolvo. Per l'arte non esistono: esistono le facce, come quella di Paola e di Flavio, e tutte quelle che nelle diverse sagre, della letteratura o della tigella fritta, sono stato commosso di incontrare.