Non appena la minaccia di colpire 52 luoghi anche culturali iraniani in risposta ad un eventuale attacco contro gli Stati Uniti è stata trasmessa da Trump via Twitter, dai profili di centinaia di persone sono cominciati a piovere uno dopo l'altro messaggi indignati. Non solo ha offerto munizioni alle autorità iraniane, come il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, che ha paragonato il presidente americano all'iconoclasta califfo dell'Isis e ha ricordato che «per millenni, i barbari hanno depredato le nostre città, abbattuto monumenti e dato a fuoco biblioteche, ma sono ancora là e resistono». Ma anche da chi come la deputata americana democratica Alexandria Ocasio-Cortez ricorda che un attacco simile sarebbe un «crimine di guerra», secondo la Convenzione dell'Aja del 1954. Moltissimi iraniani su Twitter hanno usato l'hashtag IranCulturalSites accompagnato dalle foto dei loro luoghi preferiti, da Persepoli al ponte di Isfahan. Altri replicano che ai leader della Repubblica Islamica non importa niente dei siti culturali, e che nei primi anni alcuni di loro volevano distruggere il passato persiano, inclusa Persepoli. Gli iraniani-americani in Rete continuano ad essere fortemente divisi tra coloro che credono che l'uccisione di Soleimani non aiuterà affatto il popolo iraniano e coloro che invece gioiscono per la morte di un pilastro della leadership. Ma tutti sono d'accordo su due cose: non vogliono la guerra, e non vogliono vedere distrutta la cultura del loro Paese. Il tweet di Trump non è stata una mossa che gli ha conquistato fan tra gli iraniani d'America.
Bombe sui tesori storici? Il no che unisce i rivali
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