«Candidarsi a Capitale italiana della cultura significa mettere in moto un progettazione che può cambiare la città a prescindere». Parola di Pierluigi Sacco, prof di Economia della cultura. «L'esempio da non seguire è Pistoia Capitale nel 2017». La competizione in Toscana chiama in causa Pisa, Volterra, Arezzo e Livorno. Quattro città, distanti tra loro una manciata di chilometri, concorrono insieme alle altre 40 sparse in tutto lo stivale per aggiudicarsi il titolo di Capitale italiana della Cultura. Quello che accadrà adesso è che entro due mesi dovranno inviare al ministero dei Beni Culturali e del Turismo i propri dossier di candidatura che verranno esaminati da una giuria di sette esperti di chiara fama per arrivare entro il 30 aprile alla selezione di un massimo di 10 progetti finalisti da invitare in audizione. Questo poco tempo dovrà essere utilizzato al meglio e chissà che qualcuno non la spunti. Ma perché, a chi e quanto giova la conquista del titolo? Lo abbiamo chiesto a Pierluigi Sacco, ordinario di Economia della Cultura allo Iulm, direttore dei progetti senesi quando nel 2014 la città del Palio si candidò a conquistare lo scettro di Capitale europea della Cultura e poi, dal 2017 fino a dicembre scorso, consigliere del commissario europeo responsabile del settore. Professor Sacco, quanto è importante vincere la gara per diventare Capitale italiana della cultura? «Più che vincere è importante partecipare. Candidarsi vuol dire dare il via a un processo di progettazione cui magari senza bando non si mette mano. E che può avere un'importantissima ricaduta sull'economia del territorio e sulla sua capacità ideativa. Può essere la miccia che accende il fuoco del cambiamento di una città. Penso a quello che è stato fatto a Settimo Torinese, tra le finaliste per diventare Capitale nel 2018 poi battuta da Palermo, che però una volta pianificato il cambiamento lo ha messo in atto diventando un esempio virtuoso di rilancio. (In quel progetto era riuscita a mettere insieme Renzo Piano e Gabriele Vacis, le fabbriche come luogo di cultura e sostenibilità e la Pirelli, l'Istituto Italiano di Tecnologia e il Politecnico di Torino, ndr )». Quindi poco importa chi vince? «Non proprio, ma quest'anno, con il bando così tardivo (l'ultima chiamata per la manifestazione d'interesse risale al 16 dicembre e la preselezione si chiude il 2 marzo, ndr ) non so cosa saranno in grado di ideare le città candidate. La vera sfida, infatti, non è mettere a segno un buon calendario di eventi ma mettere insieme tanti soggetti e fare in modo che dalla comune ideazione venga fuori qualcosa che cambi il modo di stare insieme, di crescere e di guardare avanti una comunità. Si deve fare appello a una progettazione condivisa e di lunga durata». Sono un po' le linee guida dei finanziamenti europei e della nuova idea di cultura nel mondo. Chi ha vinto, secondo lei, questa sfida nel passato? «Purtroppo per restare in Toscana non Pistoia. Mentre hanno fatto molto bene Mantova nel 2016 e Palermo nel 2018. A queste ultime due città anche negli anni seguenti è rimasta l'onda lunga della buona progettazione». E in termini di Pil? «Guardi, sfatiamo un mito senza grande fondamento. Questa idea dei conti da fare col Pil lascia il tempo che trova. Prendiamo Genova che è stata Capitale europea della Cultura nel 2004. Allora investì tutto il budget in un grande cartellone che richiamò molta gente. Dopo non è rimasto niente o poco, mentre nei casi di cui si parlava prima il beneficio sembra più duraturo». Poco fa parlava di co-progettazione e di condivisione, di una nuova idea di città, di coinvolgimento dei cittadini, insomma. Quali sono i casi da prendere a esempio? «Sicuramente quello di Theaster Gates nel South Side di Chicago, una delle zone più pericolose e degradate della città che grazie a lui è diventata incubatore di una rinascita senza precedenti. (L'artista ha acquistato alcune strutture abbandonate e ne ha fatto ora una Casa Archivio piena di 14 mila volumi per la comunità nera, ora un contenitore di Cd usati che diventa una Casa d'ascolto e così via, ndr ). E poi Lille che da Capitale della cultura europea ha dato vita a un progetto di dialogo interculturale che ha coinvolto l'India e l'Est Europeo e che partiva da ogni piccola realtà del territorio, per dire anche le botteghe». Cosa ne pensa della candidatura di Pisa, Livorno, Arezzo e Volterra? «Penso che quattro candidature di città così vicine siano uno spreco di energie. Che può danneggiare tutte quante».