CENTO milioni di euro per gli antichi resti che si stagliano contro il cielo del Palatino, per continuare a scavare i tesori della Domus Aurea, per completare l'opera di valorizzazione dei marmi dell'Appia Antica, che si allunga tra pini e cipressi. Il grido di dolore sulle "casse vuote" dell'archeologia e le richieste del soprintendente Adriano La Regina, dalle pagine di Repubblica rimbalzano nelle stanze del ministro dei Beni Culturali. La Regina afferma che «sul colle del Palatino ci sono alcuni monumenti con una stabilità precaria», e da Milano Giuliano Urbani, preoccupato, rilancia. «L'importanza strategica dei siri archeologici della Capitale» afferma il ministro «è sempre stata presente al governo. C'è stata qualche diminuzione delle cifre, ma con l'imminente approvazione del regolamento per le Soprintendenze speciali, presto l'Archeologica di Roma potrà contare sulla possibilità di spendere direttamente gli incassi dei suoi frequentatissimi siti e monumenti, che ammontano a 13 milioni di euro l'anno. Infine le segnalazioni del soprintendente potranno essere utili suggerimenti per il futuro piano di ripartizione degli introiti del lotto». «Intanto per quanto riguarda il 2003 il piano di interventi» aggiunge Urbani «prevede 5 milioni e centomila euro, a cui bisogna aggiungere quelli speciali coperti dagli incassi del Lotto. Mentre solo per la manutenzione del Palatino sono stanziati 500 mila euro». E sulle casse da riempire dell'archeologia romana interviene anche un archeologo del calibro di Andrea Carandini. «Intanto» spiega «sarebbe bene che soprintendenze, università, Regione e Comune, si sedessero intorno ad un tavolo una volta l'anno per studiare una strategia di intervento complessiva, che dovrebbe emergere da un confronto delle posizioni, e questo a livello di metodo». Carandini entra poi nel merito degli obiettivi rilanciati da La Regina. «Come non essere d'accordo» afferma «a cominciare dal Palatino? Un sito archeologico che è ancora in gran parte inedito, in particolare per quanto riguarda i palazzi imperiali e la casa di Augusto. E dunque è fondamentale la rinascita della tutela, ma anche un grande affondo conoscitivo». «Per quanto riguarda la Domus Aurea» continua l'archeologo «sono contrario a scavare il piano inferiore. Secondo me si deve lavorare su quello di sopra, coprendolo con un tetto, perché da lì arrivano le radici e l'acqua che stanno compromettendo il piano terreno, dove si può lasciare, per ora, sottoterra una metà dei resti». E l'Appia, l'altra zona archeologica di Roma di cui La Regina vorrebbe rilanciare la conservazione? «E' un obiettivo importantissimo, a cui bisognerebbe aggiungere le Terme di Traiano». Allora che fare? «Nella nostra città» conclude Carandini «manca un tavolo istituzionale intorno al quale si possano riunire gli esperti, le accademie straniere, le tre università e altri ancora. Un appello che venisse da una sede di questo tipo avrebbe una forza immensa e potrebbe anche suggerire un elenco di priorità per finanziamenti straordinari». «L'unica soluzione possibile» afferma lo storico dell'arte Maurizio Calvesi «è un'altra legge speciale per Roma. Problemi di questo tipo vi sono anche nel resto d'Europa, ma gli altri Paesi hanno l'astuzia di concentrare l'attenzione sugli obiettivi più importanti». Infine un altro archeologo, Daniele Manacorda: «La Regina ha ragione. L'archeologia a Roma è ferma e questo non è un bene, per la città, il turismo, l'economia e - se si può dire - per la cultura in generale. Per esperienza diretta vorrei ricordare che anche un museo nuovo e originale, come quello della Crypta Balbi alle Botteghe oscure, è oggi bloccato dall'assenza di finanziamenti. Per progettare una Roma del futuro più umana, la conoscenza della Roma del passato sarà sempre più strategica, se vogliamo che la città continui ad essere uno straordinario fenomeno urbano unico al mondo».