Il direttore Greco: «Tornerò a scavare» «Il concetto è completamente cambiato, non vogliamo più parlare di "riscoperta" dell'Egitto». Christian Greco è emozionato, stanco ma entusiasta mentre si muove tra le nuove «sale storiche». Non è solo un semplice riallestimento, con pannelli, schermi interattivi e video, perché dietro a questo imponente lavoro c'è una diversa concezione museale. E anche il recupero di vecchie collaborazioni, come quella con l'Accademia delle Scienze, che ha dato un contributo fondamentale per la parte relativa alla collezione Drovetti. Greco, c'è un'attenzione all'aspetto etico, quando parlate della «depredazione»? «Il museo nasce anche dal fatto che l'Egitto ha subito questa violenza e diaspora, prima che cambiassero le leggi. Qui citiamo Auguste Mariette, che nel 1858 fondò il Servizio delle Antichità in Egitto per regolamentare gli scavi. Dobbiamo parlare chiaro, perché il museo non era una società sospesa, raccoglieva le pulsioni del mondo, infatti usiamo la parola "fascista" in riferimento al Ventennio. Questo approccio è nato dalle nostre considerazioni avviate un anno e mezzo fa». Perché non parlate più di «riscoperta» dell'Egitto? «L'Egitto è sempre stato lì e ha continuato a essere scoperto e studiato. Già nel Medioevo abbiamo tantissimi documenti di viaggiatori arabi che sono entrati addirittura nelle piramidi, questo non è un dato secondario perché prima si pensava fossero silos per il grano. In queste sale parliamo del dialogo fra le due sponde del Mediterraneo, con un inquadramento storico, evidenziando il ruolo della diplomazia. E poi (indica il lungo papiro del Libro dei morti, ndr) c'è quella che chiamiamo "la voce dei geroglifici", dove vengono spiegati al visitatore. La nascita dell'egittologia avviene con la decifrazione dei geroglifici, quindi li facciamo parlare». Ci sono state nuove scoperte durante le ricerche per il riallestimento? «Sì, ad esempio sulla Mensa Isiaca abbiamo fatto un'analisi con il Getty. Grazie alla macro xrf, una scansione di reperti e opere d'arte, abbiamo potuto determinare la tecnica di realizzazione, stabilendo dove fossero argento, zinco e oro. Questa cosa è importantissima, ci sta interrogando sulle tecniche metallurgiche. È un documento unico». Che legame c'è fra museo e ricerca? «Il museo è un luogo di ricerca, adesso è in corso una campagna di scavo in Sudan, siamo a Saqqara e a Deir el-Medina. Torneremo lì per pubblicare a proposito di alcune tombe. Quando sono arrivato all'Egizio c'erano un curatore e un assistente, ora sono 12 e a gennaio ne assumeremo un altro». Perché altri musei in Italia non sembrano andare in questa direzione? «Noi abbiamo la fortuna di essere una fondazione, quando mi servono competenze specifiche posso bandire un posto e convocare una commissione internazionale. Se fosse un museo statale dovrei farlo solo con professionalità riconosciute dal ministero».