Basta agli sponsor: la collaborazione cerca un'altra strada. «L'Auditorium un esempio» «CREDO che gli istituti culturali e le imprese abbiano molto da dirsi e da fare insieme. Non penso alle sponsorizzazioni,ma a programmi di collaborazione di lungo corso», spiega Pio Baldi, a capo della Darc , la Direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanee). «Un'impresa ha tutto l'interesse ad associare il suo marchio a un'istituzione culturale che, nel caso delle arti contemporanee, comunica modernità e dinamismo. In cambio può fornire i servizi di cui è portatrice», prosegue il direttore generale della Darc, indicando il legame su cui il meccanismo farebbe leva: da una parte, le istituzioni culturali che soffrono di definanziamento e hanno necessità di risorse, dall' altra «la necessità delle imprese, che sempre più producono beni immateriali e che molto hanno a che fare con la creatività e l'estetica ». I servizi che potrebbero offrire? Dall'organizzazione di eventi, fino alla collaborazione diretta con gli artisti: ai creatori di installazioni che giocano con luce ed elettricità - e ormai sono tanti - un'impresa produttrice di energia elettrica potrebbe fornire addirittura la materia prima. Arte e mercato insieme, dunque. E proprio questo sarà il tema di un convegno che si svolge oggi pomeriggio nella Sala dello Stenditoio, al San Michele, e al quale parteciperanno rappresentanti delle istituzioni culturali italiane e straniere, delle imprese e degli industriali. Obiettivo: mettere a fuoco le relazioni possibili tra questi due mondi, che proprio a Roma trovano un modello nella vita dell'Auditorium. «Si tratta di un tema che in passato è stato affrontato in maniera contraddittoria e che solo ora si comincia a chiarire», dice Carlo Fuortes, amministratore delegato di Musica per Roma, che gestisce le attività dell'Auditorium insieme a Santa Cecilia. Secondo lui, occorre partire da un principio semplice: bisogna sapere che l'impresa deve fare l'impresa, dunque profitti. La chiave allora è: quali profitti? «Nel settore culturale, non si può pensare che le imprese possano fare cassa. Il tema bisogna affrontarlo in termini di servizi e di brand, ovvero di immagine, e contatti», riassume Fuortes, che tra gli interlocutori individua innanzitutto le fondazioni bancarie, con le quali incentivare i rapporti, in quanto «attualmente sono gli unici soggetti che possono sostenere una parte del welfare pubblico, compresa la cultura. Adesso il costo delle istituzioni culturali è a carico dell' amministrazione pubblica, che dagli anni '90 ha cercato di ridurre questa voce, facendo dei passi sbagliati». Sbagliato pensare alle privatizzazioni e anche fare delle società. «Musica per Roma era una spa, poi è stata trasformata in Fondazione: i suoi obiettivi sono chiari e le imprese intervengono, ma non per fare profitto. La Camera di Commercio di Roma ha Ma le risorse che arrivano dal privato devono essere aggiuntive », continua Fuortes. Al privato, poi, bisogna sapere cosa proporre. Tanto per cominciare «in generale il project financing nel settore culturale è impossibile perché la redditività - spiega l'amministratore delegato - non consente di finanziare l'investimento. In altre parole, impossibile pensare che una volta funzionante, il bene realizzato faccia guadagnare tanto da rientrare nelle spese.E di nuovo l'esempio è quello dell' Autorium, un modello che spicca anche a livello internazionale. «Le entrate - spiega Fuortes - costituiscono il 54 percento di ciò che serve per proseguire le attività. Gli altri enti viaggiano sul 30 percento di autofinanziamento. Ma tutto questo può avvenire solo se l'istituto culturale è autonomo dal punto di vista giuridico ed economico, perché questo comporta una responsabilizzazione sui risultati». E all'ombra di questo dibattito si annunciano nuovi progetti per la Capitale, che potrebbero riguardare la nascita di fondazioni per spazi museali e ville.