Bergamo che non c'è più Ora l'opera di catalogazione. Fino a ottomila scatti La Pierina è lì. Dietro il bancone con i biligocc appesi, il foulard in testa, il cappotto liso e un sorriso lieve. Da donna mai stata giovane. «La caldarrostaia del centro di Bergamo», recita la didascalia dello scatto, un po' asettica perché ci sono fotografie capaci di irradiare un contenuto così potente da riuscire a far diventare un'immagine un'intera narrazione. E chi non se la ricorda la Pierina, all'incrocio del Coin, che con il suo banchetto scandiva le stagioni; le angurie d'estate, le borole d'inverno e i biligocc a Sant'Antone in gennaio. Per chissà quanti anni è stata lì, fino a diventare lei stessa una colonna, una strada di città, prima di diventare un ricordo indelebile. È stata anche lei un pezzo di una Bergamo che non c'è più, ma che gli scatti fotografici di un'epoca in cui rullini e macchine facevano il loro mestiere senza patire la concorrenza degli smartphone, ci restituiscono intatta, cristallizzata nell'album delle immagini che sono ancora parte palpitante della nostra vita di bergamaschi. Quanto sia cambiata, cresciuta ed esplosa questa vita industriale e cittadina lo si capisce da un'altra immagine, scarna nella sua struttura compositiva, perché un prefabbricato sperso nella campagna è solo un prefabbricato che, però, in poco meno di 50 anni ha saputo diventare il terzo aeroporto del Paese. Si volava Itavia e le sedute su cui aspettare l'imbarco, in quella casina allungata, erano una ventina. Orio anno di grazia 1971. Sedici anni prima, si inaugurava la Sala contratti della Camera di Commercio con una bella sfilza di automobili, topolino e maggioloni, in doppia fila sul pavè di piazza della Libertà. Il lunedì si posteggiava proprio qui per andare a trattare con i mediatori. È un caleidoscopio di emozioni, prima ancora che di immagini capaci di testimoniare oltre un secolo e mezzo di progresso del territorio, l'archivio fotografico che la Camera di Commercio di Bergamo ha conferito al Museo delle Storie di Bergamo. Non un archivio qualsiasi, ma quello di un'istituzione che ha affiancato il mondo economico bergamasco, contribuendo allo sviluppo imprenditoriale e commerciale. Un gesto che al di là degli aspetti quantitativi, 9 album e 26 faldoncini con un numero non ancora precisato di scatti (minimo 2 mila, ma potrebbero essere anche 4 volte di più, si saprà dopo la catalogazione e lo sviluppo di tutti i titoli acquisiti che andranno ad implementare le centinaia di migliaia di reperti già acquisiti dal Museo) rappresenta la fattiva e concreta volontà dell'ente camerale di innestare nella sua missione storica, con sempre maggiore convinzione, anche l'asset strategico della cultura. «Lo testimonia lo stanziamento di 545 mila euro sul bilancio dell'anno prossimo dedicato proprio alla cultura», ha osservato il consigliere camerale Franco Nicefori a fianco della segretaria Maria Paola Esposito, pronta nel mettere l'accento sulla valenza testimoniale dell'archivio camerale che sarà presto a disposizione del pubblico. In buone, buonissime mani, quelle del Museo, che saprà non solo conservarlo, ma valorizzarlo. Per capirlo basta ascoltare l'entusiasmo contagioso della direttrice Roberta Frigeni che nel patrimonio ci identifica il «tassello di un mosaico che un'importante istituzione ci ha affidato con fiducia, speriamo ne seguano altre».