Venduta, smembrata, ritrovata: così la raccolta arrivò in città Venduta dagli eredi, divisa in due e poi riunita per essere studiata, rivelando il proprio tesoro nelle stanze della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. La storia della biblioteca musicale di Antonio Vivaldi, 27 volumi per più di 15 mila pagine, si lega alla città sabauda, per quanto, stando alle testimonianze disponibili, i rapporti fra Torino e il compositore veneziano non fossero mai stati intensi. Eppure grazie a quei volumi si è potuto ricostruire il profilo culturale di Antonio Vivaldi. Ne parleranno oggi alle 16.30, nella biblioteca di piazza Carlo Alberto, dentro l'auditorium intitolato al compositore e violinista, la coordinatrice dei fondi bibliotecari Franca Porticelli, il musicologo Alberto Basso e la docente dell'Università di Torino Annarita Colturato, nell'ambito di «Vivaldinsieme». Per l'occasione sarà esposto il manoscritto autografo di una delle composizioni che domani sera, alle 20.30, l'Accademia Bizantina eseguirà all'Auditorium Agnelli per Lingotto Musica. Ma come sono arrivati a Torino questi tesori? È una storia incredibile. Alla morte di Vivaldi, avvenuta a Vienna nel 1741, la sua biblioteca fu acquistata dal senatore veneziano Jacopo Soranzo. Alla sua morte, però, fu venduta di nuovo e finì nelle mani di un altro bibliofilo, l'abate Matteo Luigi Canonici. Fu nel 1780 che il conte Giacomo Durazzo, ambasciatore imperiale a Venezia, entrò in possesso di buona parte di quei manoscritti che, dopo varie vicissitudini, un secolo più tardi finirono ai suoi pronipoti, Marcello e Flavio Ignazio. La biblioteca fu divisa in due, tra Occimiano, piccolo borgo del Monferrato dove il primo si era trasferito con la moglie, e Genova. Nel 1922, Marcello Durazzo donò la sua quota al collegio salesiano di Borgo San Martino, nelle vicinanze. Anche in quel caso, le difficoltà economiche ne imposero la vendita per fare cassa, ma il rettore Federico Emanuel, nel 1926, chiese aiuto all'allora direttore della Biblioteca Nazionale di Torino, Luigi Torri, che dopo un confronto con il musicologo Alberto Gentili fece porre il vincolo da parte della Soprintendenza. Grazie a due mecenati, Roberto Foà e Filippo Giordano, il corpus non solo fu acquistato e donato alla biblioteca (nel 1927) ma fu anche rintracciata e recuperata la seconda parte (nel 1930). I due imprenditori chiesero solo di intitolare il fondo ai loro figli morti in tenera età, Mauro e Renzo. Gli studi successivi hanno portato alla luce la produzione di Vivaldi, soprattutto per quanto riguarda le partiture di opere teatrali, oggi incise e vendute in migliaia di copie. Nel 1978 arrivò la prima mostra, seguì una piccola esposizione dopo le Olimpiadi, nel 2008 e, due anni fa, un'altra grande mostra che rese visibili tutti i volumi. In un certo senso, oggi sappiamo chi è Vivaldi perché qualcuno, a Torino, si è preso cura di lui.
Corriere della Sera
17 Dicembre 2019
Il viaggio verso Torino dei manoscritti di Vivaldi
PA
Paolo Moretti
Corriere della Sera
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Bene culturale
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