Le ultime inondazioni rischiano di uccidere Venezia come comunità vivente ancor più di quanto abbiano danneggiato i suoi edifici «Non è stata un'alluvione come quella di Firenze del 1966, che distrusse tutto ciò che incontrò. San Marco è come una persona che è stata esposta alle radiazioni. Il primo giorno non sembrano esserci problemi, ma poi i capelli e i denti cominciano a cadere». Chi parla è Mario Piana, architetto responsabile della Basilica, in un intervento dopo la terribile alluvione della notte tra il 12 e il 13 novembre che ha riempito d'acqua la chiesa, e la sua orribile similitudine si applica anche all'intera città di Venezia. Non ci vuole molto per immaginare che cosa è successo alle case, ai negozi e alle chiese ora che le acque sono tornate, giorno e notte, notte e giorno, per una settimana consecutiva di «acqua alta». Ma la similitudine di Piana rappresenta anche la condizione psicologica di Venezia. Il numero di residenti sta diminuendo di anno in anno: mentre si discute sulle cifre esatte, la sensazione è che questa sia una città normale con negozi normali e servizi che si stanno sempre più spostando sulla terraferma. Dopo tutto, perché una famiglia con un negozio di alimentari o un avvocato con il suo studio dovrebbero rimanere se la vita può essere così costosamente interrotta in qualsiasi momento? Perché, dopo 16 anni e una spesa di 6 miliardi di euro, le barriere mobili alluvionali (conosciute come Mose) non funzionano? Questa è la domanda che, fuori di sé, i veneziani pongono al governo. Perché, quando apparentemente il 93 dell'opera è stato ultimato, dopo la scoperta di un grave scandalo di corruzione nel 2014, non è stato più eseguito nessun lavoro di manutenzione? «Funzioneranno davvero?», si chiede la gente, perché è noto al pubblico che sono stati rilevati dei problemi tecnici. In breve, i veneziani stanno perdendo la fiducia e la speranza ed è questo che le autorità devono affrontare subito perché inondazioni di questo genere potrebbero rappresentare il punto di svolta che uccide la città. I disastri aguzzano l'ingegno. Di punto in bianco il governo ha fatto del completamento delle barriere una priorità, ma così facendo si trova ad affrontare due grossi problemi. Il primo è che si devono prendere decisioni importanti, eppure non è chiaro chi debba prenderle, dato che non c'è una persona o un ente definiti che abbiano il potere di farlo. Il sistema amministrativo italiano è anche imbalsamato da centinaia di leggi spesso tra loro contraddittorie, molte delle quali comportano il rischio di sanzioni penali per chiunque abbia il coraggio di agire. Questo è stato uno dei motivi che hanno causato l'interruzione dei lavori sulle barriere negli ultimi cinque anni. Il secondo problema è che nessuno si fida di una sola parola sul Mose pronunciata dalle autorità, e con buona ragione. Durante gli anni della corruzione, chiunque potesse ostacolare la costruzione delle barriere è stato corrotto perché tacesse, incluso il Magistrato alle Acque, il ramo del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che avrebbe dovuto essere l'organo di vigilanza indipendente con responsabilità di controllo sui lavori di ingegneria a stadi di avanzamento e che avrebbe dovuto assicurarsi che gli appalti e i costi fossero in linea con quanto stabilito. Per esempio, una società di ingegneria francese altamente qualificata ha detto che in determinate condizioni d'onda le barriere inizieranno a oscillare e a cedere, ma è stata ignorata. Hanno ragione o torto? Nessuno lo sa. A questo punto, per buona pace di tutti, decisori, ingegneri, veneziani e amanti di Venezia di tutto il mondo, avrebbe senso far entrare alcuni esperti del tutto indipendenti per esaminare ciò che è stato fatto, contribuire a individuare eventuali modifiche che fossero necessarie e contribuire a strutturare il processo di completamento. Solo in questo caso i veneziani si sentirebbero rassicurati. Il paese più ovvio che potrebbe dare una mano è l'Olanda, che ha costruito nove dighe e quattro grandi barriere antitempesta a seguito della sua grande inondazione del 1953 e sa governare i suoi fiumi. Non per niente Delhi, Wunan, San Paolo del Brasile, New Orleans e Galveston hanno consultato la sua agenzia di protezione dalle inondazioni, quindi Venezia non deve vergognarsi di chiedere aiuto. Ma per rafforzare la percezione pubblica dell'indipendenza di una collaborazione di questo genere, essa dovrebbe essere finanziata in modo sostanzialmente disgiunto dal Mose ed è qui che potrebbe entrare in gioco la Banca Europea per gli Investimenti, perché sta per sbloccare mille miliardi di euro per le azioni per il clima e gli investimenti sostenibili dal punto di vista ambientale nei prossimi 10 anni. La persona chiave è l'olandese Frans Timmerman, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea, responsabile dell'European Green Deal. Quale migliore azione simbolica potrebbe esserci se non dare avvio a questo enorme e vitale progetto di investimenti per garantire che Venezia venga preservata dalle forze della natura per qualche decennio, per avere il tempo di mettere a punto ciò che inevitabilmente dovrà essere fatto in seguito?
Il Giornale dell'Arte
19 Novembre 2019
Venezia. Per il Mose l'Italia dovrebbe chiamare in soccorso l'Olanda
AN
Anna Somers Cocks
Il Giornale dell'Arte
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Bene culturale
Luogo
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