«Signor ministro, parliamo dei musei archeologici» Signor ministro, il suo ritorno nell'ufficio già tenuto in tempi recenti è occasione di qualche considerazione sui risultati e sui limiti della riorganizzazione da lei voluta a suo tempo. A nostro avviso, l'autonomia di alcuni grandi musei ha avuto effetti positivi; ma questo vale per quegli istituti che, a partire dal Rinascimento, sono sorti come collezioni create per il lustro di grandi famiglie o per lo splendore di una capitale: tali collezioni non sono necessariamente in un nesso diretto con i luoghi in cui si sono formate, ma una relazione di ordine culturale vi è pur sempre, se non altro per il contesto storico che ha dato luogo alle collezioni stesse. Diversa è invece la situazione dei musei archeologici, ed è su questi che desideriamo soffermarci per la nostra esperienza di archeologi e di soprintendenti. Infatti non può sfuggire ad alcuno come i musei archeologici del nostro Paese siano nati e nascano in stretto rapporto con il loro ambito territoriale: raccolgono testimonianze,materiali e dati conoscitivi che direttamente emergono o si producono scientificamente in un determinato comprensorio. Hanno dunque la funzione di raccolta, di sistemazione e di presentazione al pubblico dell'attività archeologica e delle scoperte che derivano dalla sorveglianza, dalla tutela e da imprese programmate di ricerca; conservano materiali e documentazione che consentono lo studio dei complessi monumentali donde provengono. Dunque, in nessuno dei grandi musei italiani di antichità trova giustificazione un distacco dal territorio; e un problema altrettanto se non più rilevante è quello dei musei minori, i quali sono stati raccolti e convogliati sotto un'etichetta comune nei 'Poli Museali»». Questi ultimi raccolgono Istituti di varia connotazione ed estrazione, affatto diversi per impronta disciplinare, unificati solo su base territoriale senza un principio conduttore che non sia quello di dare loro una struttura amministrativa priva di competenza scientifica, vista la disomogeneità delle materie interessate. Questi musei hanno, e avranno sempre di più, una vita grama, passiva, perché hanno perso il loro stretto legame con l'esercizio della tutela; soltanto in pochissimi casi fortunati o intelligenti i musei sono stati lasciatia integrazione di comprensori archeologici, come dovrebbe essere per tutti nel quadro delle Soprintendenze. La separazione dei musei di antichità dal contesto archeologico, intervenuta in una forma o nell'altra, nella maggior parte dei casi comporta o comporterà sul lungo periodo non solo la decadenza dell'istituto, che non vedrà arricchite le proprie collezioni e rinnovata, alla luce delle nuove scoperte,la propria impostazione scientifica ed espositiva: ma anche il frazionamento (e quindi l'inevitabile duplicazione) di strutture e di procedure amministrative con concrete difficoltà nell'esercizio della tutela e della presentazione del patrimonio, oltre che con un prevedibile accrescimento delle esigenze di personale e della spesa. Infatti una Soprintendenza è tenuta per dovere scientifico a divulgare le risultanze degli scavi archeologici, il che comporta una sede espositiva, cioè quella che una volta si riconosceva nel museo: ma questo non basta perché,come si comprende facilmente, per presentare al pubblico materiali spesso fragili, rinvenuti in condizioni precarie, occorrono preliminari interventi di documentazione,di analisi, studio, conservazione, da eseguirsi in attrezzati laboratori di restauro. Ma i laboratori tecnico-scientifici, di fotografia e di documentazione grafica, di restauro ecc. dappertutto sono stati impostati in riferimento alle attrezzature dei musei, che ormai sono distaccati e con vita amministrativa autonoma; il che significa che le Soprintendenze dovranno o dovrebbero dotarsi d'ora in avanti di proprie sedi espositive, di laboratori di restauro, di fotografia, duplicando le strutture esistenti e senza neppure poter funzionare come organismo di supporto per i musei minori, distaccati a loro volta e assemblati nei Poli Musealì. Si vede bene dunque che è assolutamente errato il criterio di separare i musei territoriali dalle Soprintendenze, a cominciare dal Museo Nazionale Romano e dallo stesso Museo Nazionale di Napoli; addirittura scandalosa la separazione dal territorio di un museo come quello etrusco di Villa Giulia, nato un secolo fa da un illuminato progetto proprio in funzione del suo territorio, di cui costituiva il vivo riferimento scientifico e l'archivio di un'entusiasmante tradizione di ricerca. Vi sono aspetti, non meno gravi, che non abbiamo qui contemplato e che parimenti incidono non poco sulla tenuta e sul funzionamento delle Soprintendenze: lo smembramento degli archivi e delle biblioteche, preziosa fonte di notizie per la tutela ma anche per il restauro e per la presentazione al pubblico, oltre che per la storia degli studi. Per loro formazione storica, archivi e biblioteche di solito sono stati accentrati presso il museo principale dove svolgevano la propria funzione nei riguardi dell'intera Soprintendenza. Ora, nella quotidiana attività di tutela le Soprintendenze hanno continua necessità di dati e informazioni che ormai sono costretti a chiedere ad altri istituti, talvolta andando incontro a procedure esasperanti e a ritardi tanto più gravi ora che è stato istituito anche per i beni culturali, e con termini di tempo ridottissimi, il principio del «silenzio assenso» tutto a spese del nostro devastato territorio. In breve, a nostro avviso si dovrebbe adottare il criterio di mantenere l'autonomia di alcuni grandi musei storico artistici, ma non di quelli archeologici, e di ricondurre i Poli Museali nell'ambito delle rispettive Soprintendenze. Occorrerebbe poi rivedere profondamente il punto dolente della Soprintendenza generalizzata, dai contorni molto incerti e ambigui, la quale comporta lavoro non sempre scientificamente consapevole per il dirigente unico e dispersione di competenze. Non vi sono, forse, difficoltà nel mantenere l'accorpamento delle ex Soprintendenze ai beni artistici con quelle ai beni architettonici, giacché esse erano state concepite separatamente solo per la tipologia e le classi dei beni da tutelare. Le Soprintendenze archeologiche, invece, si sono sempre distinte dalle altre per la competenza su contesti storico culturali diversi, per metodologia scientifica e per tradizione di studi. Occorrere insomma sanare aspetti dell'attuale organizzazione che agli occhi della comunità scientifica del mondo intero appaiono paradossali, per non dire ridicoli. Per citarne uno, sembra inverosimile che lo Stato italiano non abbia più un suo ufficio che si prenda cura in maniera specifica e complessiva delle antichità di Roma, e ne tuteli l'interesse universale; compito nei secoli passati affidato dai pontefici a figure come Raffaello, Bellori, Winckelmann. Adriano La Regina e Fausto Zevi
Emergenza Cultura
8 Novembre 2019
Lettera al Ministro Franceschini sui musei archeologici
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