Da più parti, e non solo in Slovenia, si reclama la restituzione di alcuni capolavori di pittura veneta (Paolo Veneziano, i Carpaccio, Vivarini, Gianbattista Tiepolo, Angeli), provenienti da Capodistria e da altre città istriane. Oggi è possibile vederli al Museo Revoltella di Trieste, recuperati e restaurati. Dal buio e dal silenzio sono tornati alla luce e al centro di oziose discussioni che non riguardano la loro originaria pertinenza, ma la loro proprietà. Quale che sia il desiderio o la legittima speranza, queste opere appartengono non, ovviamente, alla cultura italiana e veneziana in particolare, ma allo Stato italiano. Non possono essere semplicemente «restituite» ai luoghi di origine perché essi oggi sono in uno Stato straniero. Certo, lo si può desiderare, ma come una nobile utopia. Basta riflettere sul fatto che la restituzione non si pratica neppure, in Italia, da una regione all'altra. La Pinacoteca di Brera ha mai pensato di ridare a Urbino la Pala di Piero della Francesca il cui altare, nella chiesa di San Bernardino, è rimasto vuoto? O la Madonna della Candeletta di Carlo Crivelli al Duomo di Camerino? O la Pala di Èrcole de Roberti a Ravenna? O lo Sposalizio della Vergine di Raffaello a Città di Castello? E dunque, con questi precedenti, cosa dovrebbe indurci a restituire a Pirano un dipinto di Paolo Veneziano?