Oltre a Fuksas e Piano una schiera di emergenti in grado di competere nel Paese e nel resto del mondo La polemica sulla presenza eccessiva delle star internazionali ROMA «Eccoli quelli che l'appello di Paolo Portoghesi e Vittorio Gregotti, Franco Purini e Antonio Monestiroli, ignora o sottovaluta: gli architetti fra i 30 e i 50 anni che già lavorano, progettano, vincono concorsi: Quella nuova architettura cui la lettera inviata dai vecchi maestri a Ciampi e Berlusconi dice di voler aprire le porte. Esiste già quella «nuova architettura». È la generazione Erasmus che ha dovuto combattere contro gli ostacoli che i vecchi maestri hanno posto loro per emergere, dall'alto delle torri d'avorio dell'Accademia. Non Renzo Piano e Massimiliano Fuksas, che per superare la cappa opprimente degli anni 70 e 80, sono andati in Francia, per tornare poi vincitori. E si sono ben guardati dal firmare l'appello che il «Corriere della Sera», che lo ha pubblicato per primo, ha interpretato come un «non passa lo straniero», un attacco allo star System mondiale, alla competizione globale che domina anche l'architettura. I "giovani" fra 30 e 50 anni non ci stanno. Sono 50 o 70 o 100. O forse mille. Qualcuno mugugna, qualcuno non ha voglia di tirare calci negli stinchi dei vecchi maestri. Qualcuno lascia correre. Qualcun altro ha voglia di parlare. Gianluca Peluffo, 39 anni, dello studio genovese 51, consacrato al grande pubblico con la vittoria nel recente concorso per il Palazzo del Cinema a Venezia davanti a firme del calibro di Peter Eisenman, Massimiliano Fuksas, Rafael Moneo, Bolles-Wilson, Stefano Boeri. «L'analisi di quel documento dice contiene elementi di verità. Pochi concorsi, difficile accedere. Ad emergere non ci ha aiutato nessuno, non c'è stata promozione dell'architettura italiana, tanto meno dei giovani. Abbiamo combattuto contro molte resistenze. Ma il fenomeno di una nuova architettura ormai esiste. E ignorarlo da l'idea di voler restaurare un'immagine antica, qualche vecchia posizione di potere che si è persa perché non si è saputo stare nella competizione mondiale. Attaccare i grandi architetti è provinciale. L'analisi manca di generosità da parte di chi negli anni passati ha avuto importanti responsabilità nel sistema». Meglio, a questo punto, «proposte istituzionali per far crescere i giovani». Critico anche Mosè Ricci, 49 anni, vincitore di concorsi (per esempio l'Istituto zooprofiltattico di Teramo) e gare (il piano delle barriere antirumore di Fs), ordinario di urbanistica a Pescara. Cura per Meltemi editore (con Rosario Pavia) la collana Babele. «Per 20 anni dice l'architettura italiana è stata tagliata fuori dalla competizione mondiale, per 20 anni è stata incapace di comunicare qualità del progetto e innovazione. Sarebbe serio domandarsi perché, se non vogliamo ripetere gli stessi errori. Perché c'è stata una sorta di protezionismo, che ha funzionato soprattutto per i grandi incarichi e dentro l'Accademia. Riproporre oggi forme protezionistiche è perdente e bloccherebbe il rinnovamento che già sta avvenendo, sia sul piano della capacità dei giovani di competere, in Italia e all'estero, sia sul piano della riconoscibilità dei nostri progetti». Ricci cita i casi di IaN che ha vinto il museo del vetro a Taiwan, Cino Zucchi con il museo dell'Automobile a Torino, 51 a Venezia, Paolo Desideri che ha vinto il concorso per la stazione Tiburtina a Roma. Critiche che si aggiungono a quelle delle grandi firme italiane. Fuksas, con il consueto linguaggio pirotecnico, ha parlato di tentativo dei vecchi accademici ' di creare una provincialissima «Padania dell'architettura» e di tornare a «un sistema protetto, come ai tempi di Craxi». Mario Bellini, che ha appena vinto il Padiglione islamico del Lou-vre, considera l'appello tardivo. Tutti vedono sullo sfondo lo scontro sulla futura Biennale dell'architettura di Venezia. Nominato direttore l'italo-inglese Richard Burdett, resta da nominare il curatore del Padiglione italiano (competenza del ministro dei Beni culturali, Rocco Buttiglione). Il nome accreditato, Franco Purini, è tra i firmatari dell'appello, che alla Biennale dedica un paragrafo. L'eredità di Terragni, Gradella, Albini, Scarpa, Samonà, Libera, Moretti e Ridolfi è considerata «una irrinunciabile risorsa culturale italiana che non può essere ulteriormente vanificata e ignorata, come è avvenuto nelle ultime edizioni della biennale». Ma il Padiglione italiano, riproposto da Pio Baldi, direttore della Dare (Direzione generale del ministero dei Beni culturali per l'architettura e l'arte contemporanea), ormai c'è e la battaglia che sta ritardando la nomina del curatore è ora per chi lo dirigerà e pei cosa metterci dentro. Quanta attenzione alla Contemporaneità e quanta difesa, invece, del particolare italiano. «E evidente dice il critico Luca Molinari che dietro queste manovre c'è in palio il controllo della Biennale, dove la vera scommessa è quella di fare proprio quel che non fa l'appello dei vecchi professori: prendere atto che una nuova architettura contemporanea italiana esiste già e semplicemente darle spazio». Molinari, che è stato direttore della sezione architettura della Triennale di Milano, è uno dei critici che con Luigi Prestinenza Puglisi e Pino Scaglione fa da tempo questo lavoro di talent scout dei giovani. La sua ultima fatica, insieme a una monografia su Fuksas (criticata da Gregotti), è un lavoro sull'architettura italiana per l'autorevole rivista giapponese "au". «Erano venti anni dice che il Giappone non si occupava dell'Italia, ma quando ho mandato i progetti di studi come Italo Rota, IaN, Labics, Zucchi, Cherubino Gambardella, Metrogramma, Navarra, Archea, 51, mi hanno dato subito la disponibilità a pubblicarli». Una posizione particolare è quella di Marco Casamonti, 40enne fiorentino, titolare dello studio Archea. È l'unico tra i giovani già affermati (apprezzato ovunque il suo progetto per le cantine Antinori) che ha firmato la lettera, in mezzo a tanti sessantenni e 70enni. Lo ha fatto in virtù della sua amicizia e collaborazione con Portoghesi. Casamonti è già ordinario a Genova e ama fare da cerniera fra realtà lontane. Partecipa dei nuovi fermenti, ma guarda anche al mondo dei vecchi accademici. «Di quella lettera non mi interessa dice l'attacco agli architetti stranieri che hanno svolto una funzione importante (ma ormai terminata) di innovazione per l'architettura italiana. E vedo perfettamente che questa lettera avrebbero dovuto scriverla i giovani, piuttosto che chi ha avuto posizioni dominanti negli anni passati. Però mi interessa rilanciare il tema della centralità culturale dell'architettura italiana. L'Italia non è l'Albania, non deve restare marginale». Casamonti invita a leggere per intero la lettera. E così fa Portoghesi. «Il documento dice è stato presentato come sciovinistico, ma parte invece dal riconoscimento del contributo dato dagli architetti stranieri al rinnovamento della cultura architettonica. Mette però in rilievo le difficoltà che incontrano i giovani architetti in un regime di concorsi che richiede per l'ammissione la dimostrazione di aver guadagnato cifre astronomiche».