Chi ha detto che in Italia devono lavorare solo italiani? E poi: dov'erano i colleghi all'epoca dell'abusivismo? L'ideatore della nuova Fiera di Milano difende la globalizzazione. Quella lettera mi è arrivata a luglio con la richiesta di firmarla. Non ho neppure risposto, cosa si può rispondere? Poi ho visto che fra quelli che hanno aderito manchiamo io e Piano. Guarda caso due architetti che lavorano all'estero». Massimniano Fuksas si scaglia contro la rivolta di 35 suoi colleghi, capitanati da Paolo Portoghesi e Vittorio Gregotti, che hanno scritto al capo dello Stato e ai presidenti di Camera e Senato lamentando, come ha riferito il Corriere della sera di mercoledì 7, l'invasione di progettisti stranieri. Perché non condivide le preoccupazioni espresse nell'appello? È una dimostrazione di protezionismo estremo, e grave, che rivela soltanto l'incapacità di accettare la globalizzazione, in atto ormai da 20 anni. Lavoravo a Shanghai nel 1991 e la geografia della città cambiava nell'arco di un mese. Le novità erano nell'aria. Nascevano ponti alti 200 metri, l'orizzonte erano le metropoli. E la nuova generazione di architetti italiani conosciuti nel mondo ne era già cosciente. L'Italia invece no. Di fronte al rinnovamento delle idee ha dato per molto tempo solo risposte localistiche. Le scuole erano rigidissime, accademiche, non mostravano neppure agli allievi quello che stava accadendo nelle altre parti del mondo. Questo ritardo nel cogliere le novità ha reso forse i nostri architetti meno competitivi sul piano delle idee? Niente affatto. C'è una generazione di trentenni e quarantenni che non hanno firmato la lettera ma sono molto attivi. Costruiscono, fanno progetti, espongono nelle mostre. Il Giappone, la Spagna, la Corea hanno dedicato libri e numeri monografici di riviste specializzate a questi professionisti. In Italia oggi c'è un fermento maggiore che in Francia o in Germania. Perché allora questa paura della creatività straniera? Perché siamo passati da un'epoca, negli anni Ottanta, in cui si davano gli incarichi agli amici, a un'epoca in cui c'è un po' più da battersi, perché la concorrenza internazionale è agguerrita, e anche molto buona. Ha fatto molto bene all'Italia. Questa protesta avrebbe avuto senso 15 anni fa, quando le gare non c'erano e assieme ad altri amici sfi-gati quanto me, proposi di tenere più concorsi, con un appello all'Inarch (Istituto nazionale di architettura, ndr) intitolato appunto: dieci, cento, mille concorsi. Necessari per cambiare le cose. Adesso sono le norme europee a imporre i concorsi e cosa dovrebbe fare il capo dello Stato? Aprire la possibilità di partecipare agli appalti anche agli italiani che non hanno titoli? Rendiamoci conto che il contributo degli stranieri fa parte della nostra cultura. La comunità dell'architettura è internazionale. Ma si immagina Umberto Veronesi dire che rifiuta ricercatori americani in casa propria? Lui è riuscito a creare un centro di ricerca di livello internazionale, sebbene gli americani continuino ad avere più mezzi e laboratori più grandi e più belli. I suoi colleghi lamentano anche un'eccessiva burocrazia e una certa rigidità nelle istituzioni e procedure. La Direzione dell'architettura al ministero dei Beni culturali va sicuramente cambiata, è una struttura che non ha né capo né coda. E poi va modificata la legge sui concorsi: è mal fatta. Prevede comportamenti troppo rigorosi in una società molto flessibile. Vanno tolte le parti ideologiche, concepite subito dopo Tangentopoli, quando tutti avevano paura di tutto. Poi l'Italia è quello che è, le imprese costruttrici sono poche e hanno vita difficile. Ma gli architetti sono parte del mondo e devono partecipare al processo di soluzione dei problemi. Sta accusando gli architetti di essere soltanto capaci di lamentarsi? La mia storia è diventata una storia internazionale perché fin da giovane non mi sono mai arreso alle crisi, a quella che negli anni Settanta era considerata la sconfitta definitiva dell'architettura. Sono stato benissimo a Parigi, ma volevo dimostrare a me stesso e anche agli altri che era possibile fare qualcosa in Italia. E dal 2002, in tre anni, ho costruito quattro edifici di cui sono orgoglioso proprio perché sono nel mio Paese: il centro ricerche della Ferrari, Le Bolle sospese alla Nardini di Bassano del Grappa, la Fiera di Milano e il Padiglione del tessile a Torino, in Porta Palazzo. Questi ultimi due, tra l'altro, vincendo concorsi. E Italo Rota, un italiano che vive a Milano, ha vinto il concorso per la Mediateca di Perugia, che è un grande lavoro. Io non vedo questo grande disastro. Affrontiamo la globalizzazione seriamente, andiamo a vendere le conoscenze, quello che sappiamo fare meglio. In Italia ci sono buoni tecnici, un ottimo artigianato, imprese che offrono una rapidità e una qualità delle rifiniture senza uguali nel mondo. Non teme che che l'identità dell'architettura italiana vada perduta? Quale identità? Quella del quartiere Zen a Palermo o del Corviale di Roma? Quella delle periferie milanesi o di Monte Ruscello a Napoli? O quella delle Vele di Secondigliano e del disastro intorno a Catania? Oppure parliamo del piano direzionale negli anni Ottanta a Napoli, al quale hanno partecipato anche firmatari di quella lettera? Ma poi, scusi, tutti questi che protestano hanno realizzato molto. Gregotti la Bicocca, Portoghesi fino a poco tempo fa era il re. Dov'era tutta questa gente quando si facevano i condoni per l'abusivismo edilizio? Perché tutti gli architetti italiani non hanno mandato una lettera al presidente della Repubblica quando a Selinunte si costruiva sulla spiaggia una vera e propria città di vacanza senza fogne? E adesso? Adesso la saluto, me ne vado a Parigi. Domani c'è l'apertura di una mostra sul progetto dei nuovii archivi del ministero della Cultura francese. È un concorso che ho vinto a maggio, unico straniero in mezzo a molti francesi. Che non mi hanno messo una taglia sulla testa. Sa cosa penso? È ora che questa gente alzi il naso dal tavolo.
Non architettate scuse contro gli stranieri
Massimiano Fuksas difende la globalizzazione e critica la protesta degli architetti italiani contro la partecipazione di progettisti stranieri. Fuksas sostiene che l'Italia dovrebbe accettare la globalizzazione e che la protesta è un esempio di protezionismo estremo. Egli ricorda che la sua esperienza lavorativa a Shanghai nel 1991 lo ha reso consapevole delle novità e delle tendenze globali. Fuksas critica anche la legge sui concorsi, che è troppo rigida e non permette la partecipazione di progettisti stranieri. Egli sostiene che gli architetti italiani dovrebbero partecipare al processo di soluzione dei problemi e che la protesta è un esempio di inettitudine.
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