Sono ben trentacinque, e tutti nomi altisonanti e di prestigio. Come Paolo Portoghesi, Ettore Sottsass e Vittorio Gregotti. Sono questi gli architetti che hanno sottoscritto un appello per il Presidente Ciampi, auspicando che si smetta di affidare progetti di "opere di grande interesse sociale", che vengono realizzate sul suolo italiano, ad architetti stranieri, ormai troppo gettonati nel nostro Paese. Quale sia l'unità di misura, per valutare quand'è che gli architetti stranieri lavorano "troppo" oppure "troppo poco" in questo o quel Paese, non è dato saperlo. Ma è davvero triste, che siamo arrivati ad implorare protezionismo anche nelle professioni intellettuali. Com'è stato per anni per le auto, com'è oggi davanti allo spauracchio cinese, adesso tocca anche agli architetti. Che difendono (...) la loro sensibilità italiana, il loro gusto eccelso, il loro superiore stile, dalle bizze di committenti evidentemente poco attrezzati per capirlo. La tutela del loro fatturato si salda con la pretesa di necessità di salvaguardare l'estetica del nostro paesaggio proibendolo alla matita di talenti d'importazione. La polemica ne ricorda un'altra, di alcuni anni fa, quando le modelle italiane incrociarono le braccia contro il fascino esotico delle top model straniere, sempre più presenti in passerella e utilmente impiegate da case di moda italianissime. Se l'appello venisse accolto, che cosa potrebbe accadere in altre professioni? Val la pena di chiederselo. Cercheremmo di tutelarci dall'assunzione di managers stranieri, di medici stranieri, di professori stranieri, di giornalisti stranieri, di avvocati stranieri? E' un film già visto, come finisce lo sappiamo. Quando un protezionismo siffatto è stato in vigore in passato, chi poteva andava a farsi curare all'estero, a studiare all'estero, creava imprese all'estero, leggeva i giornali stranieri, e ingaggiava avvocati stranieri. Sul mercato, la nazionalità conta poco: conta saper fare e fare bene. E il protezionismo, facendo lievitare i costi, costringe proprio i meno abbienti ad accontentarsi di beni e servizi di qualità inferiore. Certo, imponendo dei "campioni nazionali" d'architettura e bello stile, rendendo quindi impossibile a chi vuole ristrutturare il suo appartamento o rifare la facciata di casa di ingaggiare l'architetto che vuole, non si sposta all'estero una ristrutturazione o una costruzione. Tuttavia, si renderà sempre più forte la tentazione di trasferirsi all'estero, e definitivamente. Persino nelle professioni intellettuali, dove competizione e confronto dovrebbero essere il sale della terra, cinquant'anni di statalismo e protezionismo sono un passato che non vuole passare. Ginquant'anni di interventismo di stato, di opere pubbliche, di pianificazione territoriale, di formazione di architetti di regime hanno creato e consolidato un'abitudine alla presunzione di "diritti" che sono solo posizioni di privilegio. Anziché scommettere su stile, su capacità di interpretare gusti e preferenze, di soddisfare al meglio le necessità dei clienti in una libera competizione. Che triste destino, per la creatività italiana.
Architetti per diritto (e fatturato)
Trentacinque architetti di prestigio, tra cui Paolo Portoghesi, Ettore Sottsass e Vittorio Gregotti, hanno firmato un appello al Presidente Ciampi per fermare la pratica di affidare progetti di "opere di grande interesse sociale" ad architetti stranieri. L'appello sostiene che gli architetti italiani hanno un gusto e un stile unici che vengono minacciati dalla presenza di architetti stranieri nel mercato. I firmatari sostengono che la tutela del loro fatturato si salda con la pretesa di salvaguardare l'estetica del paesaggio italiano. L'appello è stato pubblicato in un articolo di giornale, che critica il protezionismo anche nelle professioni intellettuali.
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