Se un giornalista inglese vuole contattare la direzione della Pinacoteca di Brera, «grande museo per fama e per rango» (così la direttrice, Luisa Arrigoni, nell'introduzione alla guida ufficiale edita dal Touring), deve chiamare entro le 15 e 30. Perché se telefona tra le 15 e 31 e le 19 e 30 gli parrà di aver chiamato il catasto di Catanzaro, tanto rustico, autarchico, menefreghista è il tono di chi risponde: in quegli orari, infatti, essendo smontate le due centraliniste della Soprintendenza, risponde a turno, sottratto alla lettura della "Gazzetta", uno degli 80 custodi dell'augusto palazzo milanese. Nemmeno il Napoleone del Canova può far nulla. Brera ha un problema di comunicazione. E il problema tradisce un paradosso. Il paradosso di Brera. Da un lato, è una delle più squisite collezioni pubbliche d'Italia, con capolavori di richiamo assoluto, lo "Sposalizio della Vergine" di Raffaello, la "Pala Montefeltro" di Piero della Francesca, il "Cristo morto" di Mantegna, la "Cena in Emmaus" di Caravaggio, per tacere della fantastica "Predica di San Marco ad Alessandria" di Gentile e Giovanni Bellini, una meraviglia che toglie il fiato (e Brera fa di tutto perché non si sappia). Dall'altro, a visitarla ci vanno in quattro gatti. Nel 2004, Brera è addirittura rimasta fuori dalla Top 30 dei musei italiani stilata dal "Dossier musei 2005" realizzato dal Tci. Con appena 211 mila visitatori, di cui solo 116 mila paganti è finita, si stima, tra il 35 e 40 posto. Ora, Milano non ha il fascino di Roma o di Firenze, e sarebbe da imbecilli mettere Brera in competizione con la Galleria degli Uffizi (un milione 429 mila visitatori); ma strabilia vederla staccata di 100 mila visitatori dal Cenacolo Vinciano o dal Museo Egizio di Torino, di 170 mila dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia, e surclassata dalla ultima banale mostra di Andy Warhol alla Triennale. Perché Brera non riesce a farsi conoscere come merita? Il paradosso continua: i visitatori, per il 27 per cento provenienti dall'estero, si dicono in larga maggioranza soddisfatti, e proprio la qualità delle opere esposte segna un 96 per cento di consensi, il valore più alto. Le critiche riguardano le informazioni insufficienti (e solo in italiano) sulle opere esposte e la cattiva illuminazione. Perché Brera comunica così male? Maria Teresa Fiorio, la soprintendente uscente (sta per tornare a dirigere i musei comunali) risponde: «Comunicare costa. E la Soprintendenza non ha un ufficio né un budget per la comunicazione. Soprattutto ci manca uno spazio espositivo per le mostre da affiancare al percorso museale». La Soprintendenza ha 20 storici dell'arte, ma non un addetto stampa (si chiede aiuto all'ufficio stampa di Electa, che ha in gestione il bookshop), né un addetto al marketing museale, né un caffè decente. L'edificio del Piermarini è lurido di smog. Dell'annoso progetto di traslocare l'Accademia e così estendere finalmente la Pinacoteca al piano terreno, resta l'annuncio del luglio 2004 dei ministri Urbani e Moratti, e poi il silenzio. Pensare che il sito Web è dignitoso; il prezzo d'ingresso allettante (5 euro), l'orario (dalle 8.30 alle 19.30, lunedì chiuso) ottimo. Si difende Luisa Arrigoni, il direttore: «Noi non puntiamo specificamente sul pubblico pagante. Brera ha una sua funzione educativa, i giovani, le scuole. L'autonomia della Pinacoteca è ridottissima. E la promozione dei capolavori con campagne mirate non ha funzionato». In effetti: nel 1998, quando Brera ospitò in una sala l'evento speciale della "Dama dell'ermellino" di Leonardo, ebbe 70 mila visitatori; a Roma, due mesi dopo, furono 130 mila, idem a Firenze. Domanda-tabù: se Brera fosse gestita dal Comune, anziché dallo Stato, avrebbe più successo? «No», risponde Philippe Daverio, il noto connoisseur che è stato assessore alla Cultura in quota Lega: «I milanesi non sanno più dov'è la loro identità. E i musei comunali sono anche peggio. Brera, per qualità di opere, potrebbe diventare il quarto o quinto museo d'Europa, ma a nessuno importa nulla. Qui la meta museale più importante è Prada ».