Scusi, Fuksas, ha letto l'appello dei suoi colleghi ai presidenti Ciampi e Berlusconi in «difesa della tradizione architettonica italiana»? «Sa, sono a Parigi a presentare un mio progetto per i nuovi archivi della cultura nazionale. L'ho letto. Ma lei ha considerato l'età media dei firmatari? Il più giovane avrà sessantanni»! Cioè? «Oggi guardiamo film francesi, mangiamo giapponese e compriamo prodotti cinesi, non capisco perché l'architettura dovrebbe rimanere della tradizione italiana. E quale tradizione, poi? È ora che anche l'architettura entri nell'età della globalizzazione. Il mondo è uno. A Vienna ho costruito due grattacieli: non mi hanno detto "torna indietro italiano!"». Già, locali o globali nell'arte? Bisogna difendere una «tradizione», come invocano, con Portoghesi, i firmatari dell'appello, o lasciare che ogni internazionalismo venga a noi? «L'appello doveva essere contro i condoni e l'abusivismo continua Massimiliano Fuksas . L'apertura alla competizione con gli stranieri fa bene. Ci vuole meno burocrazia, non più». La difesa dell'appello è affidata a Vittorio Gregotti, che si aggiunge al richiamo di Mario Botta, che ha parlato di «risentimento legittimo» da parte degli italiani. «L'internazionalismo critico, che è uno dei fondamenti del progetto moderno, è qualcosa di assai diverso dall'ideologia del globalismo dei mercati e delle tecniche, delle inutili bizzarrie e della riduzione dell'architettura ad immagine». Ma Gregotti prende le distanze rispetto a un aspetto: «Credo che sia un errore individuare nelle sovrintendenze l'ostacolo ad uno sviluppo italiano dell'architettura. Dovremmo chiedere che esse siano meglio dotate di strumenti e di mezzi, che il loro personale sia meno burocratizzato e culturalmente più qualificato. Chi deve essere messo sotto accusa per la "invasione dello straniero", che io straniero non considero, è la struttura dei concorsi ed il basso livello culturale di molte amministrazioni pubbliche. Anch'esse hanno qualche scusante. Premiare uno straniero significa per loro accodarsi alla falsa idea che la qualità dell'architettura sia un problema di marketing e che quindi convenga premiare architetti che sono internazionalmente alla moda. E qui si inseriscono anche le responsabilità dei mezzi di comunicazione di massa e della loro fissazione per la presunta novità anziché per il giudizio». Più che la difesa della tradizione italiana invocata nell'appello, si scopre allora che il problema è quello di difendere la qualità (ma di tutti). «La difesa dell'italianità è fuori tempo afferma Mario Bellini . Poiché mi sento ben accettato quando progetto a Parigi o a Melbourne sono tollerante quando vengono gli altri e non mi sento invaso. Ora aspetto l'arrivo dei cinesi. Certo, le procedure delle sovrintendenze vanno riformate, ma non cancellate, e i concorsi devono essere più qualificati: meno partecipanti e rimborsi più alti, come in Francia. È vero che c'è la tentazione in alcuni di portare il grande nome straniero, ma così come ci sono gli accademici che chiamano il loro amico». L'immobiliarista Luigi Zunino, presidente di Risanamento, punta al sodo della questione: «Ho affidato a lord Norman Foster il progetto Santa Giulia a Milano, e all'italiano Renzo Piano quella degli ex stabilimenti Falck di Sesto San Giovanni. Il criterio è uno solo: scegliere il meglio. E quando l'obiettivo è questo non si guarda al passaporto». Una lettura cultural-politica è quella del filosofo e assessore alla Cultura a Milano, Stefano Zecchi. «La verità è che la pietra dello scandalo è Milano, che ha saputo rompere con la vecchia tradizione architettonica da salotto chic della sinistra e aprire alle grandi firme straniere. Nel rispetto della qualità, della preesistenza storica, ma non nella difesa di lobby artistiche-architettoniche». Chiamato in ballo dall'appello poiché responsabile della direzione Architettura del ministero a Roma, alla quale i firmatari vorrebbero dare maggiori poteri per tutelare la qualità della nostra architettura, Pio Baldi risponde lusingato: «I firmatari hanno delle ragioni, perché siamo al provincialismo alla rovescia. L'Italia ha un tessuto storico tale che ha bisogno di interventi solo Scarpa o alla Ridolfi; spesso questi architetti internazionali non hanno la sensibilità adatta per operare da noi».