Saverio Russo Presidente Fai Puglia L'Istat pubblica da qualche anno (precisamente dal 2013) un rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) che, con un ampio set di indicatori, ben 130, «descrive l'insieme degli aspetti che concorrono alla qualità della vita dei cittadini». Ci pare opportuno estrapolare, dall'ultimo rapporto pubblicato a fine 2018, alcuni dati relativi ai domini «Paesaggio e patrimonio culturale» e «Ambiente» per ragionare sullo stato di salute della nostra regione in rapporto a queste tematiche. Prendiamone solo tre, per evitare un eccesso di numeri. Abusivismo edilizio: per la Puglia il rapporto indica un valore di 39.6, inferiore sì a quello medio delle regioni del Mezzogiorno, ma doppio del dato nazionale. Il dato relativo all'erosione dello spazio rurale da dispersione urbana presenta per la Puglia un valore di 33.1, nettamente superiore a quello medio nazionale (22.1), collocandosi al terzo posto dopo Lazio e Veneto. E, infine, segnaliamo il valore relativo all'impermeabilizzazione del suolo da copertura antropica (aree cementificate o asfaltate) per il quale la Puglia presenta un valore di 8.8, contro il 7.7 nazionale e il 6.2 del Mezzogiorno. Questi dati evidenziano clamorosamente la progressione, non arrestata e neppure significativamente rallentata, del consumo di suolo nella nostra regione, dove, nonostante la stasi del totale della popolazione e persino, in alcune province come la Capitanata, un vistoso calo demografico anche nei grandi centri urbani, non più solo nelle aree marginali, si continua a costruire in espansione, distruggendo suolo agricolo, invece di riqualificare aree, industriali e non, dismesse o degradate. Molti sono gli esempi che si potrebbero fare per i tanti comparti dell'economia regionale e per le differenti situazioni territoriali. Ci sarebbe da riflettere, ad esempio, sulle politiche della grande distribuzione e dei mega centri commerciali che, a quel che leggo, sarebbero ormai in crisi a partire dai maggiori paesi europei e dalle aree più sviluppate del nostro Paese. Peraltro, anche nella nostra regione, non pare che ipermercati e centri commerciali vivano un momento particolarmente felice. Sicuramente questa politica ha prodotto conseguenze rilevanti sulla qualità della vita di molte città pugliesi, che registrano diffusi fenomeni di impoverimento funzionale con chiusura di negozi e punti vendita di beni e servizi, cioè strutture di mercato, che, almeno dal Medioevo in avanti, come ci ha insegnato Pirenne, hanno costituito uno dei tratti salienti della nostra civiltà urbana. A Foggia, per fare un esempio, è rimasta una sola sala cinematografica, un'altra è chiusa per lavori, mentre ce ne sono ben 20 nei centri commerciali. Desta un certo stupore leggere della procedura di Vas (Valutazione ambientale strategica) aperta per un altro «centro polifunzionale integrato» che insisterebbe su altri 30 ettari di suolo agricolo a pochi chilometri da Foggia, a borgo Incoronata. Capisco che per molti proprietari terrieri che stentano a ricavare redditi dignitosi è difficile resistere all'offerta degli acquirenti dei terreni. Ma mi chiedo: riusciremo a mettere un punto in questa inarrestabile corsa a consumare suolo? E questa folle politica dei centri commerciali, che non fanno che elidersi l'un l'altro, cementificando terreni e desertificando città, quanto deve durare ancora?