L'Ultima Cena «assorbita» dalla Pinacoteca Daffra: sinergia vincente, ora lotta ai bagarini «Ma temo i tagli ai fondi per i poli lombardi» Direttrice, se lo aspettava? «È stata una sorpresa per tutti. Come storico dell'arte che ha lavorato tanto tempo alla Pinacoteca, sono contenta per Brera. In qualche modo l'accoppiata è storica». Emanuela Daffra, direttrice del Polo museale della Lombardia, non può che giudicare l'accorpamento, previsto dalla riforma Bonisoli, del Cenacolo vinciano (finora sotto il suo controllo) alla Pinacoteca di Brera sotto due vesti diverse. Partiamo da quella di storico dell'arte. «C'è una radice profonda in tutto questo. Il Cenacolo è diventato museo affidato allo Stato grazie a Ettore Modigliani, direttore di Brera dal 1908 al 1937. Il grande restauro del dopoguerra è stato voluto da Fernanda Wittgens, anche lei direttrice di Brera dal 1940 al 1957. L'ultimo restauro è stato è stato voluto da Carlo Bertelli e concluso da Pietro Petraroia e Pietro Marani, sempre di Brera. A fine Anni '90, quando si cominciava a ragionare sulle autonomie dei musei, il compianto Sovrintendente Bruno Contardi avrebbe voluto che Brera e Cenacolo rappresentassero insieme il polo museale milanese». Quali le opportunità? «Se gestito bene con attenzione alla sinergia di due luoghi molto diversi e con un progetto culturale forte l'accorpamento farà bene a entrambi. Il Cenacolo dà alla Pinacoteca il grande assente nelle sue opere. L'unione a Brera toglie il Cenacolo dal suo isolamento da icona di feticcio turistico e gli dà un contesto: vedere l'Ultima Cena e poi le sale di Brera restituirebbe al capolavoro di Leonardo uno spessore storico che rischia di sfuggire». Rimettiamo le vesti da direttrice del Polo. «Mi dispiace molto. In termini economici intanto. Da quando esiste il Polo (2015), si è istituita una sorta di sussidiarietà orizzontale tra musei: quelli che guadagnavano di più sostenevano una gestione efficiente di quelli più piccoli, che sono stati restaurati e messi in sicurezza. Ma anche in termini di riconoscibilità e attenzione. Per il 2020 volevamo istituire un "percorso a premi": 12 musei in 12 mesi. Visitando gli 11 musei sparsi in Lombardia, si vinceva il biglietto per il Cenacolo». Cosa ne sarà? «Magari lo si farà con un accordo con Brera. I modi di collaborazioni si trovano». Lei è stata anche vicedirettrice della Pinacoteca. Funzionerà il polo Brera, Cenacolo, Palazzo Citterio? «Moltissimo dipende dalle persone che potranno lavorare a un progetto culturale che per forza di cose dovrà cambiare e diventare più esteso». Oltre agli accorpamenti, la riforma Bonisoli toglie autonomia ai musei, che si vedono azzerare i cda e tornano sotto competenza decisionale del ministero. «La riforma in parte torna ai poli museali cittadini che c'erano prima della riforma Franceschini. Per quanto riguarda l'autonomia, anche quella garantita dalla riforma precedente era parziale: il direttore non aveva possibilità di assumere personale. Ma l'elemento su cui bisognerebbe concentrarsi è un altro». Quale? «Il punto non è accorpamento sì o no. L'obiettivo deve essere preservare una delle caratteristiche del patrimonio italiano: la sua ricchezza e articolazione sul territorio. Sull'efficacia in questa direzione andranno valutati gli esiti degli accorpamenti». Ci sono progetti aperti per il Cenacolo? «Sì. Su tutti, quello di concludere l'anno leonardesco rinnovando l'illuminazione del refettorio. Consegno tutto nelle mani del direttore Bradburne: sarà lui a decidere». Di cos'ha bisogno il Cenacolo? «La lotta al bagarinaggio e il lavoro sul percorso che conduce il visitatore al refettorio: che diventi in modo strutturale un momento d'informazione per anticipare l'incontro con l'opera di Leonardo». Con la riforma, i poli museali diventano distretti museali: cosa significa? «Il Polo della Lombardia sarà accorpato a quello del Veneto. L'elemento cruciale è ancora una volta quello del personale: poter continuare a tenere saldamente i rapporti col territorio significa avere archeologi, architetti, storici dell'arte, amministrativi competenti in numero adeguato. Uno degli impegni presi dal ministero era provvedere anche a rimpinguare le fila sempre più esangui di queste professionalità». L'instabilità politica non aiuta di certo... «Lo rende più lento e più incerto. Ed è un peccato perché il lavoro nella cultura ha bisogno di continuità. La riforma Franceschini del 2014 è stata radicale, questa non lo è di meno».