Invocando il protezionismo, in genere, si ammette una debolezza. Ci si rivolge a chi ha il potere per chiedergli di imporre un vincolo che impedisca a qualcun altro di stravincere. Il protezionismo vuole escludere l'avversario dal gioco, perché è troppo forte e vince sempre. È questo che chiedono a Ciampi e Berlusconi alcuni architetti italiani con una lettera dove denunciano lo strapotere degli architetti stranieri nel Belpaese. Signori presidenti, mettete un freno a questo sopruso: il dramma richiama le lamentele verso l'eccessiva presenza di stranieri nel calcio o gli allarmi ormai quotidiani per lo spauracchio cinese... Fra i 35 firmatari della lettera vi sono nomi di spicco come Gregotti, Portoghesi, Sottsass, Canella, Purini, Isola. E si rivolgono alle massime cariche dello Stato perché intervengano contro la libertà di manovra dei Libeskind, Isozaki, Meier, Foster, Gehry, Calatrava c. Domanda: che cosa facevano i nostri architetti dieci o quindici anni fa? Non erano forse, con la moda, la bandiera del «made in Italy» nel mondo? Non portavano la lieta novella dello stile italiano ovunque fossero chiamati? Da Parigi a New York, dal Giappone alla Germania, dalla Cina ai Paesi Arabi, celebrati in patria e richiestissimi all'estero. Per quindici, vent'anni i progetti di Renzo Piano e Vittorio Gregotti, di Aldo Rossi, Paolo Portoghesi e tanti altri hanno tenuto banco sulle riviste, italiane e straniere; il postmoderno, aldilà dei giochi sullo stile, ha permesso a tutti di calcare le luci della ribalta. Poi si è imposta la moda "decostruzionista" e neotecnologica e, non a caso, l'unico italiano che resiste alla sfida internazionale (e non compare nell'appello dei 35) è l'architetto che per formazione ha più confidenza con la questione tecnica, Renzo Piano, che mise a segno col Beaubourg di Parigi il primo di una lunga carriera di successi che lo hanno reso il più famoso nel mondo fra i progettisti italiani. A questa levata di scudi contro gli stranieri si potrebbe obiettare che per parecchi anni un architetto italiano oggi affermato, Massimiliano Fuksas, fu costretto a lavorare a Parigi e in altre parti del mondo perché in Italia non trovava le commesse giuste. Paradossi che si spiegano anche con una gestione di potere dei destini dell'architettura italiana, esercitata spesso attraverso alcune fra le principali riviste. Oggi lo star System crede più all'immagine che alla sostanza. L'architettura deve essere spettacolare, ricca di forme, strana, al di là dell'immaginazione: alcuni parlano di crisi del canone, di perdita del linguaggio comune. La globalizzazione fa questi scherzi: indebolisce gli idiomi, li uniforma sotto un'unica visione e chi non sa parlare questa superlingua internazionale soccombe, oppure fa buon viso a cattiva sorte e si accontenta di quel che passa il convento. Ci si può chiedere però dove vada oggi l'architettura, perché siano così rari i dibattiti sulle idee architettoniche. Affidarsi a Ciampi e Berlusconi per fermare gli stranieri è come dichiararsi specie da proteggere perché in estinzione. Per dirla con Darwin: ogni selezione è indice della fragilità di ciò che viene a cadere. L'appello dei grandi nomi dell'architettura italiana ha dunque il sapore di un'ammissione di debolezza. Per quanto siano buone le proprie ragioni, bisognerebbe avere il coraggio di riconoscere che si è chiusa l'epoca dell'ideologia sociale dell'architettura. Oggi vincono il professionismo, l'immagine e il denaro. Ma qui non c'è protezionismo che tenga. Ognuno raccoglie ciò che ha seminato.
Architetti italiani, specie da proteggere?
Un gruppo di 35 architetti italiani, tra cui nomi di spicco come Gregotti, Portoghesi e Sottsass, ha inviato una lettera a Ciampi e Berlusconi denunciando lo strapotere degli architetti stranieri nel campo dell'architettura italiana. I firmatari chiedono che lo Stato intervenga per fermare la libertà di manovra dei progettisti stranieri. L'appello si rivolge alla crisi dell'architettura italiana, che è stata caratterizzata dalla perdita del canone e dalla uniformità degli idiomi. I firmatari sostengono che l'architettura deve essere spettacolare e ricca di forme, ma che oggi si preferisce l'immagine e il denaro.
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