Seguire le tracce di un capolavoro perduto, rubato, nascosto equivale alla ricerca di una persona scomparsa. Si procede come una talpa. Di tanto in tanto si fa cascare un po' di terra. Una breve schiarita. Poi si rientra nel buio. In fondo, a pensarci, come assomiglia questo alla vita. Tutto si svolge nella vertigine di una perdita. Un sospetto di privazione, di angoscia muove avanti il viaggiatore, fino a farti proseguire verso una sorta di astrazione, che diventa via via fame di risposte dubbio dispetto dolore. Ti accorgi che la ricerca diventa un calpestio nel tempo che si inoltra da un passato remoto a un futuro che per ora è vuoto, assente. È un volto, la sua malìa che mi ha messo in moto in questo inseguimento del tempo. Un volto dipinto su un affresco ma che, ahimè, è solo riproduzione fotografica: San Sebastiano nel pieno del suo quieto martirio. Quello che conquista è la espressione di fanciullo, un gran fanciullo tranquillo ed educato, nonostante le frecce che lo trapassano, si direbbe, con metafisica necessità. Beato quasi di giocare con la santità, il dolore, la morte e l'infinità. Questa serenità, questa freschezza di martire aureolato di oro zecchino è la magia con cui ti tiene incatenato. Dal suo trono che è eterno ma qui è dipinto, labile cioè e relativo, sembra che ti guardi benevolmente. I depistaggi Una riproduzione fotografica a colori, dunque, e un biglietto: scritto con mano si direbbe volutamente incerta, per depistare e nascondere: che lo narra opera, sconosciuta, del gran maestro del Rinascimento umbro, il Perugino, o di un geniale allievo della sua bottega. Sconosciuta perché nascosta sotto intonaci iconoclasti del frettoloso Ottocento. Viene alla luce casualmente durante lavori, recenti, nella chiesa. Si direbbe tra sbadigli e assenze di sovrintendenze. Perché lo scopritore lo trafuga, intero, pensandolo al più come refurtiva da destinare a antiquario disonesto. E ne ricava pochi soldi. Invece fiuta il capolavoro, eccome, il mercato parallelo dell'arte rubata. Oggi allieterebbe i bruciori estetici, ed esclusivi, di un importante compratore, addirittura in Giappone. «Guardando in alto a sinistra dalla Cassia andando verso Viterbo, entrando a Capranica, c'è una chiesa in tufo...». Il biglietto della fonte, che evidentemente del mondo del clandestino e del trafugato fa parte, propone una serie di elementi, sempre un poco reticenti, per risalire al luogo in cui l'affresco è stato trafugato. Un reticolo fitto di segni, tracce, appunti, ipotesi che parlano, raccontano e interpretano. Itinerari sottili da inseguire da spunto a spunto: strade. Che altri, con più poteri, spero seguiranno. Dimenticati, per fortuna, sulla Cassia gli orribili centri commerciali, c'è solo la chiostra dei bei colli chiusi sotto nuvole basse. la tramontana soffia con una rabbia nuova. La luce sembra emanare dalla terra e non dal cielo cosicché tutto, case alberi pievi, appare più vicino e come alla ribalta. Capranica: Etruria Roma Medioevo Rinascenza; mura porte torri palazzi, tutto tagliato nello stesso giallo macigno, bella anche pel mistero di quattro, cinque civiltà sovrapposte. Se si muove la memoria chissà che qualcosa, qui, torni a galla. Sono bastate alcune precedenti, caute esplorazioni intorno al San Sebastiano perduto di chi mi aiuta e guida in questa ricerca, Maio Scaramella, per far emergere, con sanzione della sovrintendenza, da un muro di una chiesa della città il volto di un altro San Sebastiano! I pellegrini Tutto coincide. Passata la porta che immette in città la chiesa è lì: San Francesco! Accudisce una piazza e il municipio, e quello che un tempo era l'ospedale destinato ai dolenti pellegrini della via francigena. Un portale sontuoso, ma frutto di un trasloco architettonico, oggi introduce più laicamente ad un albergo. L'ospedale, i malati: San Sebastiano dei sofferenti era il patrono. Ancora segni, indizi. Mi aiutano, a cercar eventuali rispondenze, il professor Antonio Sarnacchioli che di Capranica e delle sue antichità complesse è dotta e affettuosa memoria e il vicesindaco, Katia Taste, con l'entusiasmo di chi scopre nel luogo in cui vive ed ama un improvviso squarcio nuovo. Una ad una mettiamo da un canto le altre chiese che ha nei secoli costruito la pietà intensa di questo borgo. Alcune troppo campestri e povere per ospitare un capolavoro, altre come il duomo troppo recenti e ricostruite per aver ospitato una opera del Quattro - Cinquecento. In tutte, comunque, per il Giubileo si completarono lavori di restauro e consolidamento, si mise mano dunque a muri, intonaci, colonne. Per aprire la chiesa si deve chiamare un cittadino che custodisce le chiavi, perché, anche se non sconsacrata, la si usa ormai solo per decoro di matrimoni o per concerti . Mi conquista la gentile sollecitudine con cui mostra la chiesa che sente quasi come sua, e la passione offesa che mette nel descrivere i piccoli danni che l'uso le infligge. L'ispirazione Si entra. Salvo alcune file di sedie sul fondo lo spazio è vuoto. Anzi no, è invaso, sommerso dalla luce. « All'interno della chiesa ci sono delle arcate: restaurate nell'800 con un rinforzo che ha coperto e nascosto gli affreschi». Le arcate sono lì. Lo so, non ho alcun elemento certo per dire che questa sia la chiesa del San Sebastiano. Eppure "senti" che in un luogo come questo l'artista può aver trovato l'ispirazione per disegnarlo. Nella luce che viene dal rosone e dalle minuscole finestre c'è la limpida voce di Dio, la stessa con cui il san Sebastiano scomparso ci guarda interrogandoci. La sua non è sofferenza o martirio, ma una passione felice che contiene in sè confidenza amicizia pietà: compassione per ognuno di noi che mille volte è trafitto dalle frecce del male . In fondo alla navata il monumento funebre dei fratelli Anguillara, feudatari golosi, rissosi e imprudenti che non sfuggirono alla terrena vendetta del papa. San Sebastiano è ovunque: nel trittico con san Terenziano e san Rocco del Pastura e nell'affresco con san Rocco e san Antonio che una attribuzione forse un po' ottimista ha attribuito alle prove di perfezione di un Michelangelo giovane. Proprio nel nucleo più antico della chiesa, un tempo orientata in altro senso, folgora un guizzo di affresco: una splendida madonna con il bimbo di cui come per miracolo si sono salvati i due volti. La stessa aureola doro del san Sebastiano, la stessa dolce estasi la stessa assorta nostalgia.