Roma. "Gli over sixty", li definisce Massimiliano Fuksas. Sono gli architetti firmatari di un appello inviato ieri ai presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera e del Senato, in cui si rivendica il diritto italiano di intervenire nel territorio nazionale, contro il ricorso a imponenti firme straniere, soprattutto per quelle che vengono definite "grandi opere". Il capolista, Paolo Portoghesi, autore nel '75 del Complesso Moschea-Centro culturale Islamico di Roma, si è trascinato dietro prestigiose presenze. Vittorio Gregotti, Ettore Sottsass, Guido Canella, solo per citarne alcuni. Secondo Fuksas - "convalescente" dell'ultima fatica (tutta italiana) del nuovo polo della fiera di Milano, inaugurato di recente nell'ex area industriale di Rho-Pero - si tratta di un problema di "mancata comprensione". "Il ritardo nell'assimilazione del fenomeno della globalizzazione ha colto di sorpresa, nel nostro paese, non solo l'ambiente economico, ma anche quello artistico. Il mondo è cambiato ed esige nuove forme di ragionamento, anche in termini urbanistici. Ci sono tre miliardi di individui che si stanno affacciando al consumismo e un 60 per cento della popolazione che occupa aree urbane. E' una nuova realtà con cui siamo chiamati a confrontarci". E' dunque ridicolo, oltre che anacronistico, pensare di tracciare un recinto invisibile dove non abbiano più valore le leggi europee, in un territorio dove si è costruito già fin troppo, male e per mano di autori locali. "Basta girare l'Italia - prosegue Fuksas - e accorgersi che non vi è soluzione di continuità. Mario Botta, ad esempio, è potuto intervenire nel tessuto del centro storico milanese (La Scala) con il suo 'panettone'; Portoghesi ha disseminato il meridione di 'tortoni' spaventosi. A fine luglio fu proprio lui a chiedermi di aderire all'appello, ma io non firmai. Non condivido l'atteggiamento dei miei colleghi, in un momento storico in cui dovremmo liberarci dei vecchi abiti del protezionismo per impugnare i picconi che ci consentano di abbattere le frontiere". Del resto, all'isolazionismo Fuksas dice d'essere avvezzo da tempo. "A 26 anni costruii un piccolo palazzetto dello sport nelle Marche. Era il 1971 e mi alzavo ogni giorno alle cinque del mattino per raggiungere il cantiere con un'auto di fortuna. All'epoca, buona parte della mia generazione, capitanata proprio da Portoghesi che era il più vecchio, era popolata da cattivi maestri che insegnavano a tracciare disegni che attestassero la fine dell'architettura e l'impossibilità di realizzare. Io non ci credevo allora e non ci credo adesso, e sono qui". Fuksas preferisce lavorare con i giovani. Avrebbe preso in considerazione la protesta se tra le firme in calce fossero apparse quelle di trentenni; in questo caso la polemica avrebbe assunto un altro significato. "Ma i trentenni italiani non hanno tempo per queste sciocchezze, sono impegnati a girare per il mondo e a portare a termine progetti interessanti. Non ve n'è un esercito, ma i pochi che lavorano sono bravissimi". Dello stesso parere è Stefano Boeri, direttore della rivista d'architettura e design "Domus", nonché professore di Urbanistica presso l'IUAV di Venezia e "guest professor" al Berlage Institute di Rotterdam. "Vi sono molti architetti non ancora famosissimi che non hanno difficoltà a lavorare sul territorio nazionale. Lo studio Archea di Firenze, per esempio, o Cino Zucchi a Venezia, che è riuscito a intervenire in un tessuto già denso come quello della Giudecca. Molti sono sotto i trent'anni". Ma il vero problema, per il professore, è che non si può pretendere di rivendicare uno spazio garantito semplicemente da un principio di cittadinanza. "E' qualcosa che va contro il senso stesso dell'architettura e riflette una logica assistenzialista di cui è spesso vittima la mia generazione. Non è necessario che per poter interpretare correttamente lo spirito di un luogo occorra esserci nati. I risultati più interessanti della tradizione architettonica italiana proveniente dagli anni 50 sono stati prodotti negli ultimi vent'anni a Barcellona, da artisti spagnoli. Molti sono venuti a studiare nel nostro paese e hanno compreso e accolto meglio di noi il peso di questa preziosa eredità". In questo punto, per Boeri, è da individuare l'errore tutto italiano d'aver rimosso l'intera generazione dei Giò Ponti, dei Franco Albini, dei Moretti che nel dopoguerra resero celebri le nostre città all'estero. "E' in essa che risiede il germe dell'architettura italiana contemporanea. Le conseguenze di questa dimenticanza hanno prodotto effetti drammatici di cui noi stessi siamo responsabili. Per questo motivo è così difficile per noi oggi intervenire nel tessuto dei centri storici e riuscire a convincere le sovraintendenze. Diversamente, adesso sarebbe più semplice". La cittadinanza è insomma un aspetto culturale, e non genetico. Crederlo è segno di una spaventosa fragilità, un'emorragia che nessun appello può riuscire a tamponare.
Fuksas e Boeri contro il lamento protezionista di architetti ormai vecchi
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto ieri i firmatari dell'appello, tra cui Massimiliano Fuksas, Vittorio Gregotti, Ettore Sottsass, Guido Canella, Paolo Portoghesi, Stefano Boeri e Mario Botta. L'appello è stato inviato ai presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera e del Senato. L'obiettivo è quello di difendere il diritto italiano di intervenire nel territorio nazionale, contro il ricorso a imponenti firme straniere, soprattutto per quelle che vengono definite "grandi opere".
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