L'archeologo Volpe interviene sul museo di Lecce inaugurato senza opere esposte Fa un esempio: «Il museo Salinas di Palermo è stato chiuso per otto anni e i cittadini ne avevano perso memoria, perché se un qualsiasi luogo della cultura chiude e non vive, ovviamente, finisce per essere quasi dimenticato». È quello che poteva accadere anche al museo Castromediano di Lecce se fosse stato chiuso in attesa dell'allestimento delle sue preziose collezioni, secondo Giuliano Volpe, professore ordinario di Archeologia all'università di Foggia. L'autorevole voce di Volpe, che è anche presidente della federazione delle Consulte universitarie di archeologia e membro del Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici del Mibact, si aggiunge a quelle di altri intellettuali e uomini di cultura che in questi giorni stanno animando il dibattito sulla scelta di aprire al pubblico gli spazi museali del Castromediano dopo la ristrutturazione e un pomposo evento inaugurale, malgrado siano quasi del tutto vuoti. Professor Volpe, museo vuoto, visitatori delusi e tante critiche. Cosa ne pensa? «A fronte di situazioni di altre regioni che io conosco molto bene, dove i musei ex provinciali stanno facendo una vita davvero magra, come lo splendido museo di Capua, a Lecce la situazione è molto diversa. A me fa più tristezza citare il museo campano che non il Castromediano in cui c'è stato il recupero della struttura. Ho apprezzato il fatto che la Regione, avendo preso in carico il museo, abbia pensato, come prima operazione, di costituire un gruppo di lavoro». Il suo collega Francesco D'Andria sostiene di essere stato chiamato a partecipare a quel gruppo di lavoro solo una volta e che se gli avessero chiesto un parere avrebbe suggerito di esporre almeno una collezione fra quelle rimaste chiuse nei depositi. «Non faccio parte di quel gruppo e non conosco i dettagli. A me interessa il fatto che il museo abbia un futuro e che sia stato bene impostato. La scelta poteva essere quella di tenerlo chiuso e sarebbe stata legittima, oppure quella di improvvisare. Ma a me questa cosa di prendere un pezzo e metterlo lì, francamente, non piace». Ma alla fine è quello che è accaduto. L'unico pezzo archeologico esposto è la Colonnina di Patù. «Non conosco nel dettaglio la situazione, ma so che si svolgono tantissime attività. È stato detto anche all'inaugurazione, alla quale io stesso ho partecipato, quindi, si tratta di cose note a tutti. È stato spiegato abbastanza bene che il museo sarebbe stato allestito in un secondo momento». Resta il fatto che i visitatori che giungono anche dal Nord Italia e dall'estero rimangono a dir poco sconcertati. «L'idea, forse non comunicata in maniera efficace, è che si voleva far conoscere un progetto in progress , mentre il comitato scientifico sta lavorando, sta selezionando non solo i pezzi ed elaborando un progetto che racconti i paesaggi del Salento in maniera diacronica, dall'antichità più remota. L'idea è anche quella di arrivare alla contemporaneità e questo io lo trovo molto interessante. Nel frattempo vi è un contenitore rinnovato in maniera esemplare che viene restituito alla città». Non è in discussione il progetto, quanto il fatto di tenere aperto per 15 ore al giorno un museo senza contenuti, con cinque dipendenti all'interno che subiscono le rimostranze dei visitatori. «Ripeto, probabilmente c'è stato un problema di comunicazione poco efficace anche in questo senso. Va spiegato ciò che si vuole fare. Ma continuo a pensare che restituire alla città e ai visitatori uno spazio così bello anche dal punto di vista architettonico è un fatto molto importante. Ovviamente spiegando il perché della riapertura in questa forma, cioè, solo con due o tre elementi, la cui scelta è comunque emblematica di quello che vorrebbe essere il museo, un luogo che raccoglie la storia del Salento».