"Non passa lo straniero!": rassomiglia alla Canzone del Piave il manifesto al presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dei 35 architetti italiani pubblicato sul Corriere della Sera di ieri, ma il suo messaggio non pare né dolce né lusinghiero. Per gli architetti italiani, innanzitutto, rassegnati in questa maniera al ruolo di una specie in via di estinzione a dispetto delle straordinarie affermazioni di protagonisti della scena internazionale come Vittorio Gregotti, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Mario Bellini, e tanti altri, le cui opere segnano gli avamposti vittoriosi della cultura italiana in America come in Cina, in Francia o in Australia. Per l'intero sistema Italia, poi, implicitamente descritto come un Paese in declino, estraneo alle dinamiche di una professione che si è autocondannata alla marginalità per mancanza di. fiducia in se stessa e per un eccessivo accomodamento a un potere attratto solo dal rumore mediatico del gossip giornalistico. La polemica non è nuova, ma nei suoi due bersagli principali l'invasione degli stranieri e lo strapotere delle soprintendenze riassume malumori e opinioni diffuse che servono più a nascondere i veri problemi che a trovarvi una ragionevole soluzione. Che i concorsi siano aperti alle grandi firme estere resta un fatto molto positivo Una seria diagnosi del "male italiano" non può non partire infatti che da un'analisi del contesto e da una rilettura della storia: soprattutto quella recente degli anni terribili dell'assalto al patrimonio ambientale e della corruzione sotto la pressione di potenti spinte politico-affaristiche che hanno lasciato tonnellate di disegni e di progetti incompiuti. Abbandonata la cultura del restauro nella tradizione moderna di Scarpa e di Albini, non abbiamo saputo neanche puntare sull'innovazione: con il risultato che quando la prospettiva dell'Europa ha reso indispensabile il ricorso al libero confronto dei concorsi, gli architetti italiani si sono scoperti fuori mercato. La prima stagione dei grandi concorsi non ha richiamato in Italia solo grandi firme dall'esito scontato, ma ha visto affermarsi protagonisti come l'inglese David Chipperfield, ad esempio, la cui carriera, proprio dopo la vittoria con il Palazzo di Giustizia di Salerno, si è impennata in modo vertiginoso. Se è vero che la burocratizzazione delle Soprintendenze ha rivelato i limiti di un personale incapace di valutare le potenzialità del progetto, ciò non ha impedito tuttavia a Guidi Canali di intervenire in modo esemplare nel delicato contesto di Siena, o ai giovanissimi siciliani Fidone e Latina di contribuire alla rinascita del centro storico di Siracusa. Non manifesti, dunque, ma opere convincenti: questo si richiede al coraggio dei nostri architetti.