Riforma, «controriforma», «correzioni» o nel pantano. Dipende dai punti di vista. Di fatto, da quando il ministro Giuliano Urbani predispose il nuovo Codice sui Beni culturali, le «riforme» nel settore sono state a ritmo così incessante da risultare distoniche con la stabilità che richiede il mondo del Patrimonio storico. L'ultima, quella del ministro Alberto Bonisoli, da alcuni ribattezzata «controriforma» (Bonisoli, Cinque Stelle, interviene su quella di Dario Franceschini, Pd) è stata approvata il 19 giugno e il 16 agosto ed entrata in vigore ieri (salvo alcuni decreti attuativi). Ieri è stato pubblicato in «Gazzetta ufficiale» il bando per 1.052 posti non dirigenziali al ministero. Da fine settembre, invece, scadono diversi contratti dei direttori dei 20 musei autonomi: alcuni non hanno ancora ricevuto risposte sul futuro. Veniamo agli aspetti più dirimenti della riforma Bonisoli. Giuliano Volpe, membro del Consiglio superiore dei Beni culturali, ha evidenziato il troppo potere al Segretariato generale che disporrà di Segretariati distrettuali (in sostituzione dei Segretariati regionali, che avevano sostituito i direttori regionali...) «con compiti ispettivi»: ma il ministero fa presente che si tratta di audit territoriali e che le funzioni di controllo alla corruzione sono già presenti. I critici evidenziano il «centralismo» della riforma, con le 11 direzioni generali, specie quella per contratti e concessioni dalla quale passeranno gli appalti di tutti i musei. La parola definitiva sui beni da tutelare resterà ancora alla direzione generale Archeologia, Belle arti e Paesaggio. Gli ex Poli museali, riformati da Franceschini, diventano Distretti museali e tornano più simili a prima. Il coordinamento per i prestiti delle opere sarà del ministero; sono cancellati i Cda dei musei autonomi e le assunzioni sono bandite dal ministero (non da ciascun ente). Una nuova ripartizione porta dal 20 al 25 i fondi che andranno ai piccoli musei. Ci sono, poi, gli accorpamenti: Villa Giulia diventa sede dei Musei Nazionali Etruschi accorpando musei e siti archeologici di Lazio e Toscana; la Galleria dell'Accademia di Firenze torna agli Uffizi come era stata per 136 anni; il Cenacolo va a Brera, il Parco dell'Appia Antica viene riaffidato alla Soprintendenza di Roma, il Museo di Miramare a Trieste ha accorpato i musei dell'ex polo friulano, le Gallerie di Marche e Umbria i musei regionali e la Galleria Franchetti entra a far parte delle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Infine, c'è il chi va e chi resta tra i direttori dei musei resi autonomi: confermati 9 su 12 direttori dei musei di «seconda fascia», in scadenza molti dei 7 di «prima fascia». Due, Paola Marini all'Accademia di Venezia e Mauro Felicori alla Reggia di Caserta, sono stati messi a riposo prima che scadesse il mandato di quattro anni. Alcuni sono stati sostituiti: a Palazzo Reale di Genova è andata Alessandra Guerrini, al Colosseo Alfonsina Russo, al Parco dei Campli Flegrei Fabio Pagano e a quello (depotenziato) dell'Appia Antica Simone Quilici. Altri direttori si sono visti accorpare il museo e comunicare la fine rapporto: ieri il «Corriere» ha raccolto il grido di Cecilie Hollberg dell'Accademia di Firenze accorpata agli Uffizi («Controriforma, come può essere definita una normativa che toglie l'autonomia al secondo dei musei statali italiani?»). Altri, come Peter Aufreiter, lasceranno: «Qui non sono più utile. Alla Galleria delle Marche ora serve un esperto in pubblica amministrazione» (dirigerà il Technisches Museum di Vienna). Eike Schmidt, con un posto in caldo al Kunsthistoriches Museum di Vienna, dovrebbe rimanere agli Uffizi (2.231.071 visitatori, con anche un 25 per Palazzo Pitti e 18 per il Giardino di Boboli), ma attende conferma. James Bradburne a Brera (6,15 di ingressi) ha ottenuto nei giorni scorsi la modifica di Palazzo Citterio e si è visto accorpare il Cenacolo, che era sotto il Polo museale della Lombardia di Emanuela Daffra. Bradburne «esprime la sua soddisfazione per la città di Milano, che avrà un Museo di arte moderna all'altezza delle collezioni», ma pure lui nulla sa del suo contratto, che scade il 30 settembre. Per il Palazzo Ducale di Mantova, diretto dall'austriaco Peter Assman, il bando è pronto. Il ruolo dei Comuni «L'autonomia viene rafforzata con l'inserimento nei comitati scientifici di un membro indicato dai Comuni dove si trovano i siti» Ai rilievi di centralismo il ministero risponde che «l'autonomia non solo resta, ma viene aumentata»; e va letta in questa direzione la volontà di istituire un museo autonomo del Vittoriano. «I Cda dei musei sono stati aboliti per semplificare in quanto i loro pareri venivano comunque approvati dalla direzione centrale», e anche per evitare di andare verso possibili fondazioni private. «L'autonomia scientifica viene rafforzata con l'inserimento nei comitati scientifici di un membro di indicazione comunale e di un componente nominato direttamente dal direttore del museo». Per il ministero (uscente) la ratio del decreto è volta a razionalizzare la gestione, non chiude all'autonomia. E sulle nomine dei direttori in scadenza, il ministro attende di capire cosa accadrà in Parlamento, ma lascia intendere che, se sarà confermato, procederà al più presto; altrimenti si sta orientando per lasciare la scelta a un eventuale successore. Ma la capogruppo del Pd alla Commissione Cultura, Anna Ascani, stigmatizza il decreto del 16 agosto che ha cancellato i Cda dei musei: «Da Bonisoli, ministro di un governo dimissionario, una grave scorrettezza istituzionale. Nel merito viene colpito il modello dell'autonomia che Franceschini aveva perfezionato». Nell'entourage di Franceschini contano «di non far andare in porto i decreti attuativi di questo provvedimento». Per il Pd, ieri si faceva il nome di Francesca Puglisi come possibile nuovo ministro. Critiche alla riforma vengono da Antonia Pasqua Recchia, penultimo segretario generale Mibac. «La riforma Franceschini introduceva elementi di ammodernamento; pertanto non giudico positivamente una riforma che fa passi indietro rispetto all'autonomia dei musei e ne riduce il numero senza valutare l'impatto sul territorio. Un altro errore è ricondurre al centro decisioni che dovevano rimanere in capo ai direttori. Errato accentrare nel Segretariato generale poteri ampi di gestione e controllo. Si sta riducendo la partecipazione dei cittadini tornando a una visione ottocentesca». «È una dialettica preoccupante», afferma Cristina Acidini, già direttrice del Polo museale di Firenze e presidente dell'Accademia delle Arti del Disegno: «La riforma Franceschini aveva disgregato i Poli museali precedentemente istituiti. Ora, con andamento poco comprensibile, se ne rimettono insieme alcuni. Ma il settore viene messo troppo alla prova e fatica ad adeguarsi. L'instabilità dei direttori è riprovevole: non si può non averli avvertiti a un mese dalla scadenza del contratto! Per Firenze sono curiosa di capire la logica: si è lasciato a sé il Bargello e aggregati centri di grandi risorse che formano quasi un Polo museale».
Corriere della Sera
23 Agosto 2019
✓ Entità verificate
Musei, tensioni sulla riforma.Il ministero: restano autonomi
PI
Pierluigi Panza
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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