«Terragni è morto a 39 anni. Se un architetto italiano oggi muore a quell'età, a malapena può aver costruito un canile». In modo lapidario, basterebbero le poche parole di Paolo Portoghesi per riassumere il senso dell'appello che il fior fiore dei nostri architetti ha inviato ai presidenti della Repubblica, di Camera e Senato, al ministro Buttiglione e al presidente della Biennale di Venezia. Un grido disperato per l'agonia dei progettisti italiani, tagliati fuori da qualsiasi competizione con quelli stranieri. «Non abbiamo nessun interesse corporativo. Il problema è che l'Italia non scommette sull'architettura contemporanea, non gli riconosce valore», si accalora Franco Purini, tra i primi firmatari del manifesto, insieme a Vittorio Gregotti, Guido Canella, Renato Nicolini, Ettore Sottsass e Cesare Stevan. Non una levata di scudi contro la calata delle grandi firme straniere - Zaha Hadid, Arata Isozaki, Richard Meier, solo per citarne alcuni - che poi un'invasione non è, ma una rivolta contro il Paese che poco punta sulle grandi opere architettoniche e nulla offre ai suoi giovani talenti, costretti a emigrare per trovare lavoro. Sì, perché per partecipare a un concorso in casa loro, in un anno dovrebbero aver fatturato più di un miliardo di vecchie lire. Insomma, l'Italia si è dimenticata di una fetta della sua cultura e prova ne è l'immagine - vuota - riflessa dalla Mostra internazionale d'architettura della Biennale di Venezia. «Da qualche anno le biennali sono dirette da personaggi che vengono dal mercato e privilegiano l'architettura-spettacolo: badano alla comunicazione - lamenta Purini - ma non alla ricerca». E sull'approccio delle ultime biennali, che hanno sistematicamente ignorato l'Italia, un certo peso lo avranno avuto anche i direttori stranieri. Così sarà anche per la rassegna del 2006, affidata alla guida dell'inglese Richard Burdett. «Per accreditarlo è stato detto che è un discendente di Nathan, ma il suo curriculum - afferma Portoghesi, direttore negli anni '80 delle prime due edizioni della Mostra - non giustifica la sua chiamata. E dal momento che il tema sarà quello della città, per l'esattezza la «meta-città» che non vuoi dire niente, sarebbe stato molto più interessante che a dirigerla ci fossero degli italiani, che negli ultimi anni in questo campo hanno dato un contributo molto importante». Su cosa Venezia dovrebbe far conoscere al pubblico, i grandi nomi che lanciano l'«Appello per lo sviluppo in Italia della nuova architettura» non hanno dubbi: basta con i progetti già spalmati sulle riviste, è ora di pensare ai problemi concreti e al futuro. Alle case che servono, ad esempio, e che bisogna costruire come si deve in quest'Italia sfigurata dall'abusivismo. E poi è fin troppo facile vendere quello che già si vende da solo, mettere in mostra i grandi maestri (ma anche nomi come quelli di Monestiroli e Grassi non si vedono alla Biennale da vent'anni). Restano fuori i giovani e gli emergenti, Zermani, Casamonti, Nemesi, tanto per citarne tre. Ma soprattutto, invocano i nostri architetti, bisogna capovolgere la situazione che ci ha posto «in condizioni di inferiorità nel consesso internazionale». «Non basta la politica dei concorsi. Dobbiamo far evolvere tutto il sistema legislativo sulle opere pubbliche - aggiunge Amedeo Schiattarella, presidente dell'ordine degli architetti di Roma - che a partire dalla Merloni impedisce di fare architettura in modo significativo».