Giovanni Astengo, fon datore delle scuole universitarie italiane di Urbanistica, apriva la lezione inaugurale per gli aspiranti pianificatori ricordando sempre che essa è una disciplina, che serve a migliorare la qualità della vita, del territorio e dell'ambiente; coniugando, laddove possibile,valori naturali, culturali e sociali. Il disegno di legge urbanistica proposto dalla Regione siciliana nega proprio tale fondamentale pilastro concettuale: esso sembra disconoscere la necessità di determinare gli usi del territorio in funzione dei suoi valori patrimoniali, a partire da quelli paesaggistici. Da qui deriva una proposta socialmente obsoleta, pericolosa per l'ambiente e, tra l'altro, talmente farraginosa in molte sue parti da risultare di difficile attuazione. Essa è peraltro nettamente superata dall'elaborazione e dal dibattito urbanistico, ma anche da molte esperienze nazionali e comunitarie. Inoltre non tiene conto delle reali condizioni del territorio siciliano. La Sicilia, infatti, come tutto il Mezzogiorno ed in misura maggiore il quadro nazionale, presenta oggi un patrimonio insediativo già in forte esubero rispetto alla domanda, non solo residenziale, ma anche di altre attività, esprimibile da parte della comunità isolana, pure immaginando tassi di sviluppo economico da record per i prossimi anni. Basta ricordare il patrimonio edilizio abbandonato di molti comuni interni, le grandi periferie spesso abusive, l'offerta residenziale di molti piccoli centri costieri, spesso pari a 4-5 volte il numero di abitanti, con seconde e terze case e alberghi rimasti vuoti negli ultimi anni anche a ferragosto. Per non citare poi le macerie dei grandi poli industriali e infrastrutturali, ingombranti lasciti di modelli di sviluppo fallimentari. RIFLETTENDO su questi problemi, talora non soltanto siciliani, Renzo Piano ha di recente affermato: «Bisogna ridare un senso estetico a tutta la schifezza che abbiamo realizzato nell'ultima parte del Novecento». Le vicende isolane, come quelle internazionali, impongono invero una grande opera di recupero ecologico (si pensi alle relazioni tra distruzione degli apparati paesistici, erosione costiera, incendi, effetto serra, grandi alluvioni e degrado dei suoli) degli insediamenti e non solo. La legge in discussione ignora tale grande tema e pare muoversi in direzione opposta: incentiva interventi nuovi, ulteriore costruzione di manufatti, grandi e piccoli, pubblici e privati, quasi sempre inutili. Prefigurando allocazioni di capitale edificato assolutamente sovrabbondante (se non illegale) rispetto a qualsiasi ipotesi anche vasta ma credibile di flussi di finanza in arrivo nell'isola. E ancora: la proposta sottrae autonomia agli enti locali, spostando i livelli di decisione strategica alle scale regionale e provinciale. Viene abrogata l'obbligatorietà del piano comunale, sostituibile talora addirittura da liste di opere, purché dotate di copertura finanziaria e vistate da apposita commissione. Anche tale posizione segue direzioni opposte a quelle indicate dalle regioni urbanisticamente più efficienti. Molte norme regionali infatti sostituiscono il vecchio prg onnicomprensivo con un piano strutturale che ridisegna l'identità economica, paesaggistica e urbanistica del comune, e uno strumento operativo, tecnicamente semplice e mirato all'attuazione. Ciò spinge le municipalità a ricercare nuovi temi di sviluppo locale sostenibile, attraverso la fruizione sociale, per esempio del patrimonio paesaggistico, con produzioni di beni immateriali. Questa tendenza, ormai diffusa, muove dalla necessità presente in moltissime realtà di sostituire economie rurali ormai in dissolvenza. Il disegno di legge siciliano invece vanifica il livello municipale della pianificazione. Esso sposta le scelte alle scale regionali e provinciali, mantenendo però il dettato normativo a livelli indicativi, strategici e di indirizzo. Il sistema di pianificazione regionale diventa così prevalentemente concertativo e discrezionale: i motivi prescrittivi della norma, urbanistica e paesaggistica, che costituiscono il fondamento sostantivo del piano, vengono semplicemente ignorati o resi tanto incerti da apparire improbabili. L'ampio uso di strumenti parziali e particolari, fino alla sanzione della deroga in funzione di variante, ampliano la tendenza a sostituire ragioni certe con intenzionalità di parte. La proposta di legge peraltro non solo disegna un sistema di gestione territoriale tanto virtuale, nella sua apparente riconoscibilità formale, quanto fragile fino all'inconsistenza, nella mancanza di contenuti sostantivi. Essa va pure ad attaccare il sistema di pianificazione paesaggistica, che si sta realizzando nella regione e che ha già ottenuto significativi risultati in contesti importanti, quali ad esempio le Isole Eolie. Come è noto, la Regione ha già approvato da tempo le linee guida del piano paesistico regionale. Adesso si stanno predisponendo da parte delle diverse soprintendenze i piani d'ambito, con funzioni anche prescrittive, di tutela, conservazione e valorizzazione sostenibile del patrimonio (sono vigenti i piani di tutte le isole minori, è stato adottato il piano dei rilievi del Trapanese; sono quasi all'adozione i piani del circondario di Trapani e dell'intera provincia nissena; mentre altri strumenti tra cui quello dell'ambito 4 del Palermitano, forse il più complesso tra i sistemi paesistici individuati, sono in fase di elaborazione finale). La macchina della pianificazione paesaggistica è dunque a pieno regime e afferma valori che possono fare della Sicilia, con il suo enorme patrimonio naturale e culturale, una grande regione di sviluppo sostenibile, al centro di quella macro-area strategica che è il Mediterraneo. Il disegno di legge rischia di vanificare tutto questo: l'apparato pianificatorio disegnato per la Sicilia segue infatti la strada della distinzione, sia pure coordinata, tra competenze di pianificazione paesaggistica (Beni culturali ed ambientali, assessorato e soprintendenze) e territoriale (assessorato regionale Territorio e ambiente) analogamente a molte altre regioni. Laddove qualche altro governo regionale ha preferito la procedura opposta, pure prevista dai codici, di integrazione tra territorio e paesaggio, con competenze unificate quasi sempre all'assessorato al Territorio. La proposta reintroduce per la Sicilia proprio quest'ultimo meccanismo, già superato dalle linee guida del piano paesistico, aprendo pericolosi conflitti di competenze e di attribuzioni tra i due assessorati; con il gravissimo rischio di blocco di un processo, importantissimo perle risorse non solo naturali e culturali, ma per lo stesso futuro economico sostenibile della regione. La pericolosità della proposta sta anche nella sua logica abrogazionista. Via tutta una serie di vincoli che significano certezza nella tutela e nella gestione: fasce costiere, centri storici, aree agricole, boschi, aree di rispetto archeologico. Con l'aggravante della cancellazione di strumenti di controllo e di garanzia come il Cru. È un attacco indiscriminato ai valori territoriali e ambientali che non favorisce, ma preclude, lo sviluppo futuro dell'Isola. Altro che riforma. Siamo di fronte a una controriforma antiurbanistica. (docente di Urbanistica e pianificazione ambientale presso lafacoltàdi Architettura di Firenze)
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