Carolyn Christov-Bakargiev Critico d'arte e direttrice del Castello di Rivoli Minuta, con le trecce e la voce che esprimeva una fiducia nella vita e una forma di ottimismo profondo. L'ultima volta che ho visto Marisa Merz è stato a casa sua un po' di tempo fa. Come al solito abbiamo parlato di Bea, di Mario e delle poesie, di quei versi amati da lei e da Mario che tiene appesi alle pareti. Lavorava, disegnava, era estremamente vitale. Quella volta notai delle scatole di biscotti, tante scatole ordinatamente disposte una sopra l'altra. Sembravano marcare il tempo. Non era secondo lei un'opera d'arte, ma una forma fatta dal quotidiano. Mi parlava della routine, del fatto che mangiava le stelline in brodo tutti i giorni alla stessa ora. Ricordo che quando lo disse mi fece pensare alla sua intera opera, al suo aspetto visionario e cosmico. Marisa era come un angelo di passaggio sulla terra e suonava una musica. Tutta la sua arte era nel visivo eppure tesa a superare il visivo. La casa e lo studio erano pieni di «teste» fatte per apposizione o per sottrazione. Blocchi di argilla secca, che sarebbero stati da buttare via e che lei invece sabbiava, limava e lavorava a sottrarre per far emergere dei visi. Oppure erano fatte con argilla bagnata e prendevano forma attraverso la manipolazione, alcune con colore, un po' di oro. E gli occhi: gli occhi erano molto importanti nelle sue sculture e in tutti i suoi disegni. Perché gli occhi sono il luogo in cui si connette interiorità con universo. Parlavamo della vita quotidiana: fare due passi al mattino, aspettare Bea, mangiare, dormire. Era come un esercizio. Vivere, restare in vita alla sua età, era un esercizio quotidiano fisico e spirituale, quasi una forma di yoga. La casa ospita ancora lo studio di Mario con le persiane chiuse. Marisa non l'ha mai smontato, come se lui dovesse tornare da un momento all'altro. Il resto dell'abitazione è sempre stato pieno di disegni, sculture e materiali, anche con colori molto vibranti. Ancora l'ultima sua opera è estremamente vitale, con rossi molto forti. E in quelle stanze, ogni volta che la vedevo, Marisa mi chiedeva sempre della mia bimba, Lucia. Ci eravamo conosciute tramite il gallerista Mario Pieroni a Roma, poi la invitai a Palazzo delle Esposizioni per la mostra Città e Natura dove espose grandi teste di carta a matita, e a Villa Medici, dove presentò un violino di cera nei giardini. Quindi ci siamo rincontrate quando sono venuta a Torino, per lavorare al libro sull'Arte povera alla fine degli anni '90. Con me c'era la mia bambina. Lei parlava di Beatrice, io di Lucia. Marisa ha sempre rifiutato una vita separata dall'arte. Quando è nata Bea ha portato l'esperienza della maternità nella sua opera, facendo a maglia con fili di rame le scarpette, oppure la piccola altalena diventata un'opera d'arte. Questo radicale atto di non separare la vita personale dalla propria opera andava contro l'idea modernista dell'opera d'arte autonoma dalla vita quotidiana. E in questo pensiero, che era proprio del femminismo sebbene lei non fosse femminista nel senso di Carla Lonzi o altre intellettuali, riconosco una posizione filosofica ed estetica verso la vita che è uno dei principi fondamentali del femminismo. Queste sue lezioni Marisa le ha trasmesse agli altri esponenti dell'Arte povera. Perché di fatto l'Arte povera è nata anche nella sua cucina nella seconda metà degli anni Sessanta, dove la sera gli artisti si incontravano e parlavano, e dove Mario ha appeso i suoi neon con la serie di Fibonacci. È lì che sono nate tante delle idee realizzate poi nelle mostre. Le sue prime opere sono le cosiddette «sculture viventi», in realtà opere senza titolo fatte tagliando fogli di alluminio a spirale, che si aprono come scultura tridimensionale. Ce ne sono circa quattro nel mondo, una è esposta adesso alla Gam. Era nei depositi e quando sono stata direttrice ho voluto che fosse restaurata. Siamo riusciti a trovare i fondi ed è stata poi prestata anche al Metropolitan di New York per la personale dedicata a Marisa. Queste opere degli anni Sessanta sono tra le prime «soft sculptures» del mondo: opere che reagiscono all'ambiente, che cambiano forma. Sono organiche, sono forme vitali, morbide e fluide, indicano la vita e non l'inerzia. Marisa è stata uno degli artisti più rivoluzionari dei nostri tempi a livello globale, perché ha anticipato questa poetica dell'organico e della forma non rigida che caratterizzerà poi il post minimalismo e tanta arte successiva. Ha sempre cercato di restare bambina, di rimanere in contatto con l'io infantile, quell'essere interiore che sa meravigliarsi della scoperta del mondo e di fronte all'universo. E le riusciva davvero molto bene.