Le Gallerie degli Uffizi vanno alla guerra dei domini web che gli «scippano» il nome per vendere i suoi biglietti: domain grabbing , si chiama questa pratica di rubare i «nomi». Una guerra lunga, difficile. E costosa: per le parcelle legali, hanno già previsto di pagare (almeno) 135 mila euro (più iva). Tutto per recuperare il dominio «Uffizi.com», registrato nel 1998 da una società basata in Liechtenstein. Probabilmente, vorrebbe essere una causa «pilota»: anche se, per la normativa internazionale che sta dietro alla gestione dei domini, potrebbe non avere effetto che per questo sito web. La prima battaglia, cominciata nel 2018, il direttore delle Gallerie degli Uffizi l'ha vinta al Wipo. Cioè la World international property organization, una delle agenzie dell'Onu che si occupa della protezione della proprietà intellettuale, quindi anche dei marchi e del loro utilizzo sul web. In Svizzera, dove ha la sede, la Wipo ha dato ragione alle Gallerie degli Uffizi contro la BoxNic Anstalt, società che aveva comprato il dominio. Il motivo principale: anche se Boxnic ha registrato «Uffizi.com» pure come marchio, il nome non è generico ma «notorio», e non era specificato immediatamente che il sito non era quello ufficiale (c'era scritto ma non nella prima schermata). Inoltre, invece di portare come «prova» le schermate fin dalla sua registrazione (1998), lo ha fatto solo dal 2008, andando a toccare alcuni elementi di «bona fide», di trasparenza, non avendo portato e dimostrato che lo utilizzavano in un certo modo (per vendere biglietti) fin dall'acquisizione. Gli Uffizi vincono, il dominio web è ora suo: ma BoxNic non ci sta e ricorre alla Corte distrettuale dell'Arizona, competente perché nello Stato Usa. E così, dopo aver pagato una cifra che non appare nella sezione dedicata alla trasparenza del sito delle Gallerie degli Uffizi (ma che gli esperti dicono in genere abbastanza salata, da alcune decine di migliaia di euro), il ministero dei Beni culturali è costretto a prevedere una parcella di altri 110 mila euro (più iva) massimi per uno studio legale ed un'altra di 25 mila euro (massimi, sempre più iva) per un'altra avvocata che si occupi del processo di «litigation». È guerra (legale), insomma. Per recuperare il «brand». Almeno quello di «Uffizi.com», dopo che nel 2013, ma con un procedimento ben diverso, l'allora dirigenza degli Uffizi riuscì a recuperare il dominio «Uffizi.it». In quel caso, fu usato un «Psrd», cioè un esperto, avvocato, che risolse la questione. Come spiegano infatti i tecnici di Registro.it (l'Autorità che gestisce i domini internet in Italia, legato al Cnr), per questioni di questo tipo il processo di scelta intreccia il diritto dello Stato in cui agiscono gli attori del contenzioso e quelli civile internazionale. Dopo di loro, chi «litiga» sull'uso dei nomi passa a questi «Psrd», specialisti nel settore, una sorta di arbitrato. Poi si può passare al Wipo, e poi ricorrere al tribunale tradizionale. È evidente che la guerra a chi usa i siti con «Uffizi» per vendere i biglietti delle Gallerie è totale: Schmidt ha dato mandato, l'anno scorso, di acquisire 88 domini che potessero avere riferimento a questa parola. Dopo aver rivisitato (quasi ribaltato, verrebbe da dire) il sito ufficiale, ora è indicizzato benissimo: è il primo, nei motori di ricerca, ma viene sempre soppiantato da quelli che comprano pubblicità su Google (ce ne sono almeno quattro prima, bisogno «scrollare», scendere nella pagina per vedere quello ufficiale). Ma è una guerra che vale la pena fare? Per il valore del brand, per avere in mano i cardini della vendita dei biglietti, certo. Per i costi, forse qualche dubbio viene: ogni caso è differente, non basta vincere questa «guerra» per essere sicuro di vincerle tutte. Sarà una lunga campagna virtuale (e di parcelle).