Il soprintendente: parco archeologico a vista e rilancio urbano NAPOLI. «L'abbattimento del muro di Ercolano, lungo la via Mare, è l'ultimo tassello che consentirà la ricucitura della città antica con quella moderna, in ossequio alle concezioni più moderne che non prevedono una distinzione tra le aree archeologiche e gli attuali insediamenti urbani». Sotto i riflettori il direttore del Parco archeologico del secondo sito vesuviano, Francesco Sirano. Con il lavoro effettuato da quando è in carica ha conquistato l'onore di portare a compimento un progetto di integrazione urbanistica iniziato molti anni fa. Lungo l'iter burocratico che ha condotto all'odierno avvio dei lavori. Le prime tappe risalgono al 2007 che ha visto coinvolti a vario titolo istituzioni pubblico, soprintendenza, ora Parco archeologico e l'Istituto Packard che ha finanziato con fondi propri molti interventi di recupero nel sito di Ercolano. In particolare il progetto di riqualificazione delle aree comprese tra via dei cortili e via Mare, rifinanziato nel 2016 dalla nuova amministrazione comunale ercolanese, oltre all'abbattimento del muro prevede l'apertura di uno spazio pubblico verde gestito in parte dal Parco e in parte dal Comune, affacciato sul sito archeologico e in corrispondenza del teatro antico sotterraneo. Per la sua importanza l'iniziativa ha assunto, con la benedizione dell'Unesco, il ruolo di progetto pilota per la creazione di una zona filtro tra gli spezi archeologici vesuviani e le città. Direttore Sirano, cosa cambia oggi? «Trova piena attuazione l'antica idea di riconnettere la città romana con quella moderna. Amedeo Maiuri decise l'apertura dell'ingresso storico, a similitudine con la sistemazione dell'acropoli voluta dall'imperatore Adriano, distinguendo tra l'acropoli di Teseo e la zona imperiale. Il fatto è che negli anni Ottanta, gran parte delle case acquisite da Maiuri rimasero disabitate e quella zona divenne periferica. Tutta la zona di Resina rimase marginale rispetto al nuovo centro cittadino che andava sviluppandosi più a monte. Si perse traccia dei vecchi propietari, l'area si trasformò in una grande piazza di spaccio. Così la sovrintendenza dell'epoca fece erigere il muro alto 5 metri. Le due realtà furono costrette a convivere come separati in casa. Oggi ritorna prepotentemente in auge l'idea che gli scavi non "appartengono" in via esclusiva agli archeologi. Attenzione, non è un'idea di Franceschini, ma dell'Unesco». Si festeggia l'avvio dell'abbattimento di un muro, come quello di Berlino, come The Wall dei Pink Floyd? «Si, al posto del muro ci sarà una piazza col giardino. Finalmente gli ercolanesi, passando di lì potranno raggiungere il teatro sotterraneo che si trova proprio sotto la piazza. Si tratta di un passo fondamentale per la città che ospita tantissime persone perbene che potranno iniziare a pensare in positivo». In che senso? «Sa cosa significa avere la possibilità anche solo di leggere un libro affacciandosi nel parco archeologico? Che si possono immaginare iniziative fino a pochi anni fa impensabili. Si può iniziare a pensare ad aprire bed breakfast, strutture ricettive, per l'accoglienza turistica, un fenomeno in parte già in atto. Grazie a massicci interventi delle forze dell'ordine, e soprattutto grazie al coraggio dei commercianti che hanno iniziato a denunciare, la camorra ha subito colpi formidabili. Da area fuori controllo quella zona della città si è progressivamente trasformata in zona della speranza. Le faccio un esempio concreto: fino a pochi anni fa di fronte all'ingresso principale degli Scavi c'era un'agenzia di scommesse, ora c'è un ristorante per turisti. Questo processo virtuoso sarà plasticamente sancito dall'abbattimento del muro». Per tornare agli aspetti più propriamente archeologici, la realizzazione del parco non condannerà importanti monumenti a restare coperti? «Sì è vero, la piazza insisterà sul Foro mentre il giardino sulla basilica noniana. Se avessimo voluto scavare la Basilica avremmo dovuto effettuare un complesso terrazzamento. Penso che la soluzione adottata sia la più razionale». Esistono comunque altre prospettive di scavo? «Esiste una zona libera ad ovest. Lì si possono scavare gli ultimi quartieri a Nord della città antica. Attorno al teatro c'è un grande anello verde che costituisce la zona di riserva archeologica del Parco». Proviamo a guardare oltre. Quali interventi seguiranno quello che si sta avviano in via Mare? «Proprio lunedì scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale un bando per la risistemazione dell'area ai limiti della villa dei Papiri, in particolare del padiglione a mare scavato nel 2008 dall'allora direttrice Maria Paola Guidobaldi. Lì sono venuti alla luce reperti importantissimi come dei tripodi lignei ricoperti di avorio. Era un'area connessa alla villa dei Papiri». Vennero alla luce anche nuovi rotoli carbonizzati? «Purtroppo no, tutti quelli che c'erano sono venuti alla luce». Dunque il sogno del professore Marcello Gigante di ritrovare l'opera di Epicuro sulla Natura o le Decadi perdute di Tito Livio è destinato a restare tale? «Il sogno è ancora vivo, ma è custodito all'interno dei rotoli già ritrovati. Credo che ne siano stati aperti circa 400, ma ce ne sono ancora 1.800 da leggere senza necessità di svolgerli. Le moderne tecnologie consentono la decifrazione con tecniche si assoluta avanguardia. Grazie al computer si possono incrociare i dati emersi dalla lettura degli antichi documenti in tempi rapidissimi. Il sogno di Gigante non è affatto morto». Prossimo obiettivo allora il ritrovamento di qualche opera dispersa? «Dovrei rispondere magari. Ma lo scopo principale dell'archeologia è la ricostruzione di contesti. Per cercare di comprendere una stanza la si osserva nella sua complessità. Non si esamina il singolo oggetto».