Tele che offendevano il comune senso del pudore e altre sequestrate ai falsari: 700 pezzi catalogati e altri in attesa, tutti degni di un museo, sono conservati nell'ufficio corpi di reato Eccolo, il superstite, nella sua cornice originale di cinquant'anni fa. Il giallognolo dominante sulle culottes, sui busti e sulle sottovesti è l'unico tributo pagato al tempo, alla polvere, a condizioni di conservazione che per decenni non sono state ottimali. Ora, nei sotterranei del tribunale, l'aria è discretamente secca e il termometro segna una decina di gradi in meno rispetto ai marciapiedi di via Freguglia, lo spazio sugli scaffali abbonda. Ma chissà per quanto tempo il collage di déssous femminili di Gérard Deschamps è rimasto ammonticchiato accanto a croste, fucili, pacchi e l'intero gran bazar dell'Ufficio corpi di reato. Usava così, reperti stivati come capitava, dove c'era posto, un'etichetta e una nota sul registro cartaceo per segnarne il passaggio e abbandonarli, ignorandone la storia. Quel Deschamps, tra gli appassionati d'arte, ne ha una celebre, anche se lasciò una breve in cronaca appena, nel giugno 1961. La mostra itinerante, Anti- procès 3, era stata organizzata da Jean- Jacques Lebel, surrealista eretico e politico, per protestare coi quadri contro i secessionisti dell'Oas in Algeria. " Le grande tableau antifasciste collective", ispirato a Guernica ma con qualche immagine di nudo, era il pezzo forte della collezione e portava le firme di Lebel, di Enrico Baj, di Gianni Dova, di Roberto Crippa, di Antonio Recalcati e dell'islandese Erró. Il sostituto procuratore Luigi Costanza, in quella tela così come nelle culottes di Deschamps e nel "Flux de la Sharpeville asexuée" di Erró, vide l'offesa al comune senso del pudore e al decoro di Giovanni XXIII. Una squadra di zelanti questurini provvide al sequestro, l'inchiesta durò cinque anni e si chiuse con rinvio a giudizio, prima, proscioglimento dopo, e oblio, infine. I gesti riprodotti non erano "depravanti", le figure affatto "ripugnanti e lascive", la morale era cambiata. Toccò a Enrico Baj, nel 1987, riportare alla gloria e alle mostre "Le grande tableau". E a Erró, al secolo Guðmundur Guðmundsson, scendere in questi sotterranei qualche anno fa per recuperare il suo Flux, per una retrospettiva. Pianse, e regalò un catalogo. Deschamps, che ha 81 anni e vive in Francia, prenda nota. Il reparto arte - di questo enorme baule di pezzi spaiati che è l'Ufficio Corpi di Reato - è quello che mette più a dura prova le conoscenze del suo responsabile, il magistrato Alberto Nosenzo, e quelle di funzionari e impiegati. Anche le croste visibili a occhio nudo avrebbero bisogno di una perizia, anche le decine di tele provenienti da sequestri a casa di falsari potrebbero nascondere opere di interesse, per non parlare di capolavori. Il lavoro di scrematura sarebbe impossibile senza l'aiuto degli specialisti della Soprintendenza, dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico di Monza, guidati dal maggiore Francesco Provenza, e degli esperti dell'Università Cattolica, per le opere più antiche. Che non sono solo quadri ma statue lignee, trumeau, candelabri, cassapanche intarsiate, leggii. Che oggi, grazie a un decennale e titanico lavoro di smaltimento del superfluo e di ripulitura dell'archivio, sono accatastati con relativo ordine, e impacchettati in cartone o blister di plastica, nei corridoi dell'archivio. In attesa di una lente di ingrandimento che li destini alla prima stanza a sinistra - quella delle opere salvate, che fanno compagnia al Deschamps - o all'ultima in fondo al corridoio, quella dei falsi. Deschamps, Errò e Cascella: l'arte come corpo di reato negli archivi del tribunale di Milano Condividi I pezzi già catalogati sono già settecento, e per dare un'origine e una firma certe spesso si rende necessario il supplemento di indagine di fondazioni o parenti degli artisti. "Quell'olio su tela - spiega Nosenzo - è stato attribuito a Michele Cascella solo dopo la visita della figlia. Che ha riconosciuto la campagna dipinta, era quella di Colle Val d'Elsa dove andavano in vacanza". Poco oltre c'è una "Natura morta con macinino" di Filippo De Pisis. Su una mensola in ferro ecco un Casorati. Tele che avrebbero anche un mercato di alto livello, ma la destinazione di legge è rigorosamente pubblica. Lo sarà anche quella di una serie di tele del Seicento di scuola lombarda, non attribuite a un autore ma disponibili per un museo che dovesse farne domanda di dissequestro. Lo è stato un Sironi autentico, trovato nella cantina di un ricettatore e custodito nei sotterranei del Tribunale fino alla perizia decisiva: l'unico originale in mezzo a buone e decenti imitazioni ( una, sorta di falso d'autore, è nello studio del presidente del Tribunale, Roberto Bichi). Potrebbe fare simile strada, direzione museo di storia contemporanea, una cassapanca che - si dice, si sostiene, ma la materia e pienissima di apocrifi - custodì gli abiti insanguinati del cadavere di Benito Mussolini, fucilato a Giulino di Mezzegra dai partigiani del comandante Walter Audisio. A patto che qualcuno possa certificarne l'autenticità.
la Repubblica
9 Luglio 2019
Deschamps, Errò e Cascella: l'arte come corpo di reato negli archivi del tribunale di Milano
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Massimo Pisa
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