Un articolo sulle tele in mostra al Museo Revoltella apre una polemica sulle politiche culturali italiane PERENTORIO, il "Corriere della sera" di qualche giorno fa titolava in terza pagina «I capolavori Veneti vanno restituiti all'Istria». In un lungo articolo, Carlo Bertelli sosteneva che l'Italia dovrebbe consegnare alla Slovenia i quadri di scuola veneta esposti a Trieste nella mostra "Histria" al Museo Revoltella di Trieste. Le opere (di Paolo Veneziano, Benedetto Carpaccio, Giambattista Tiepolo e altri autori) provengono da diversi siti e furono messe al sicuro alla vigilia della Seconda guerra mondiale in virtù di.una legge a tutela del patrimonio artistico. I funzionari delle soprintendenze dell'epoca le prelevarono e le nascosero in depositi e scantinati, salvandole dai saccheggi o dalla distruzione. S ono state, infine, restituite alla luce grazie a una specifica legge del 2001 che ha consentito di recuperarle e restaurarle. Dunque, le tele sono non solo "legalmente italiane", ma appartengono a tutti gli effetti al genio e alla tradizione culturale del nostro Paese, alla nostra storia, sono figlie dell'identità ita liana dell'Istria, quella terra al di là del mare che fino al conflitto era parte integrante della nazione. Il ragionamento del "Corriere" è paradossale. «A mio modesto avviso - so stiene Bertelli - è proprio perché quelle opere sono italiane che andrebbero restituite a Capodistria». Nella chiusura di un pezzo che vuole anche tracciare un excursus storico del nostro confine orientale, definendo l'esodo dei nostri connazionali privati di tutto un'«emigrazione» verso l'Italia, il giornalista pone alcune domande: «È opportuno privare questa città (Capodistria, ndr) di una parte rilevante della sua storia? Sono opportune - insiste - queste recriminazioni dopo che dal primo maggio 2004 la Slovenia è entrata nella comunità europea?». Poi conclude: «C'è un interesse italiano a slavizzare ulteriormente l'Istria o si agisce, anche in questo caso, non già nell'interesse nazionale, ma unicamente per avere voti in patria?». Una vera provocazione. Tant'è che all'articolo hanno risposto con lettere molto polemiche il sottosegretario ai Beni culturali, Nicola Bono, e il presidente dell'Unione degli istriani - Libera provincia dell'Istria in Esilio (si badi bene, «in esilio», e non «emigrati»), Massimiliano Lacota. Nessuno dei due ha trovato asilo sulle pagine del più diffuso quotidiano nazionale. Entrambi, da diversi punti di vista, spiegavano perché la donazione sollecitata da Bertelli sia inopportuna e insensata. Bono spiega: «Si tratta di opere della scuola italiana, che provengono da terre italiane di antica tradizione, come sono sempre state l'Istria e la Dalmazia. Pertanto, non sarebbe una restituzione, ma una spoliazione unilaterale di beni del nostro patrimonio culturale». Si tratterebbe, inoltre, «di una operazione illegale», che non avviene non per una «preoccupazione di perdere voti in Italia, ma per il doveroso adempimento di un imperativo culturale e morale, oltre che giuridico». «Non vorrei, semmai -conclude il sottosegretario -che la restituzione della stele di Axum diventasse una sindrome e che l'Italia, unico Paese al mondo, in nome di non si sa quali principi non meglio specificati di solidarietà esterofila, dovesse intestarsi questa missione di auto-espropriazione del suo più importante elemento identitario e, cioè, del suo incommensurabile patrimonio culturale». C'è solo uno slancio esterofilo alla base della proposta di Bertelli? Per Roberto Menia, deputato di An, no. Nel 2001 l'esponente di via della Scrofa era assessore triestino alla Cultura. È stato il suo impegno a permettere di recuperare le opere in mostra al museo Revoltella del capoluogo giuliano e a gettare le base perché lì rimangano. Menia ricorda che la comunità italiana dell'Istria vedrebbe come uno strappo la "deportazione" dei capolavori, perché «Capodistria prima dell'esodo era abitata per il 99 per cento da italiani, ma ora è popolata solo da sloveni e da altre etnie fatte confluire da Tito dopo che il paese si era spopolato. Il tessuto sociale italiano fu sradicato dalla Jugoslavia comunista allora, e oggi certo non è tutelato dalla Slovenia, che sarà anche entrata nell'Ue ma si rifiuta di restituire anche un solo mattone delle case espropriate agli italiani. Anche per questo - racconta - agli esuli ho sentito dire che sono pronti a fare le barricate per evitare un'ipotesi del genere, perché - precisa - il recupero di queste opere e la loro collocazione nel museo nazionale della cultura giuliano-dalmata rappresentano una ricomposizione della memoria nazionale. Tutto il patrimonio legato all'esodo - aggiunge - deve stare con gli esuli italiani, l'idea della restituzione è folle». Perché, allora, viene delineata? «Perché - conclude Menia - c'è qualcuno che continua a tenere per chi sta dall'altra parte del confine».