San Francisco, 600 mila dollari per cancellare i murales di un pittore russo. «Non accurati» WASHINGTON. I murales sulla vita di George Washington, con gli schiavi al lavoro nelle sue piantagioni, con i nativi americani sottomessi, fanno discutere l'opinione pubblica di San Francisco da almeno mezzo secolo. Ma finora a nessuno era venuto in mente di cancellarli, passandoci sopra una bella mano di vernice. A nessuno fino a martedì 25 giugno, quando il San Francisco Board of Education ha deciso all'unanimità di coprire il ciclo di 13 opere realizzate negli anni Trenta da Victor Arnautoff, nel liceo intitolato al primo presidente degli Stati Uniti. Steven Cook, presidente dell'ente che amministra le scuole pubbliche della contea, ha dichiarato al New York Times: «C'è stata una discussione approfondita sul fatto che volessimo fare piazza pulita della nostra storia. Ma quei murales non solo l'unico modo di raccontarla, non sono un'accurata rappresentazione delle esperienze di quel tempo». In sostanza Cook e gli altri sostengono che l'interpretazione di Arnautoff, artista di origini russe, comunista e seguace del realismo socialista, sia troppo schematica, troppo ideologica e quindi fuorviante. Meglio spazzare via tutto: resta da vedere se dipingendo le pareti o applicandovi costosi pannelli, per una spesa tra i 600 mila e gli 850 mila dollari. La risposta arriva da Lope Yap, vice presidente degli ex alunni dell'istituto: «Il contenuto e la qualità dell'arte non hanno prezzo. Ogni giorno, insegnanti, esperti usano questi murales come tema di studio. Queste immagini ci ricordano che cosa è successo e che cosa non deve accadere mai più». Lope Yap annuncia che «farà causa in tribunale» se necessario, perché «l'85 della gente condivide questa posizione». Anche il Russian Community Council degli Stati Uniti chiede di preservare i lavori di Arnautoff, con una petizione online che ha raccolto finora più di mille firme. Il caso di San Francisco va inserito in una discussione più generale. Le contraddizioni della storia americana animano sempre più spesso il dibattito politico. Nessuna figura del passato sembra al riparo. A cominciare da Wa-shington, proprietario di piantagioni e di schiavi nella sua residenza di Mount Vernon, in Virginia. Oppure Thomas Jefferson, il terzo presidente, che ispirava le parole più importanti della Dichiarazione di indipendenza: «Tutti gli uomini sono stati creati uguali». E intanto mandava avanti i campi di tabacco a Monticello, dove lavoravano dall'alba al tramonto più di 600 schiavi. Bisogna sempre tenere presente il contesto, la mentalità, le tradizioni di quei tempi, avvertono gli storici. Il «principio del contesto», in effetti, dovrebbe valere anche per salvaguardare la visione di Arnautoff: la censura, sia pure retroattiva, è compatibile con la libertà di espressione garantita dal Primo emendamento della Costituzione? Nel programma didattico approvato dal Board of Education si legge: «Vogliamo che i nostri ragazzi ricevano una formazione completa... Tutti gli studenti delle medie e delle superiori potranno seguire lezioni di "visual and performing arts"».
Corriere della Sera
1 Luglio 2019
Gli schiavi di Washington e gli indiani: e il liceo distrugge le opere d'arte
GI
Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera
Artista / Persona
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