Care Dolomiti, i dieci anni della tutela dell'Unesco non sono nulla rispetto ai tempi geologici della vostra lenta sedimentazione e dei sollevamenti tettonici, ma per gli orologi di noi uomini non sono neppure pochi. Tanto più che proprio noi uomini nel giro di pochi decenni, con un'accelerazione che avrà sconcertato anche voi, abituate al fluire lento dei millenni, siamo riusciti a mettere a rischio la vostra incomparabile bellezza, che dall'inizio della civiltà ci osserva impassibile e altissima. Vi ho conosciuto bene e vi ho amato come pochi altri luoghi nel corso di cinquant'anni di alpinismo, che mi hanno portato a bilanciarmi sulla maggior parte delle vostre cime.Vi ho incontrato con il mio corpo, quel fragile grumo, che tremando e sudando si è infilato come un caparbio insetto in canali, camini, fessure, è strisciato su per placche levigate, si è equilibrato sopra la rovina delle creste con quel fantastico svettare gotico di guglie e campanili. Da quelle prospettive insolite mi siete apparse ancora più belle, nelle albe aranciate in cui il sole rianimava le vostre rocce dopo il viola della notte o fra le nebbie, da cui le vostre quinte rocciose sorgevano fumando come misteriosi edifici diroccati. È da lassù che la miseria di quello che si è consumato ai vostri piedi appariva più desolante.Il frastuono delle moto che accelerano sui tornanti del Passo Sella cancellati dalla nebbia ... la desolazione del ghiacciaio della Marmolada che dalle creste appariva sconvolto e lavorato come fosse un cantiere, l'invasione pacifica dei concerti in quota, che poco aggiungevano a chi è abituato al fragore del vento fra le vostre torri. Sono interventi che parlano di una protervia strumentale e qualcuno la chiama civiltà. La laurea dell'Unesco ha fatto quello che i migliori uffici stampa delle vostre rinomate località neppure osavano sperare: vi ha reso un marchio globale. Ma quanto ha globalizzato la vostra fragilità? Quanto ha proclamato la necessità di prendersi cura di voi come di preziose archeologie naturali scolpite dal tempo? Quanto ha saputo far capire che voi siete inseparabili dalle vallate e dai paesi che si stendono ai vostri piedi e che anche per questo non possono trasformarsi in succursali alpine del paese di Bengodi? Certo siete diventate merci ancora più vendibili perché ancora più famose e le folle ai vostri piedi si sono fatte ancora più fitte. Ma come spiegare a tutta quella gente il fascino delle vostre enigmatiche apparizioni cubiste, vagando nella solitudine perfetta di una giornata di ottobre ai piedi degli appicchi settentrionali delle tre Cime di Lavaredo? Voi siete pietra, silenzio, cielo, rovina, tempo. L'allegra fiera che vi abbiamo costruito intorno cosa c'entra con voi, benevoli giganti di pietra, che davanti ai nostri occhi e senza che ce ne accorgiamo crollate un poco ogni giorno? Arrampicare sulla vostra bella roccia chiara in una giornata di sole è una delle poche cose perfette della vita. Uno dei ricordi più vivi di voi è a testa in giù, dopo un innocuo volo di pochi metri. Vi osservavo affollarvi intorno allo spigolo cui ero rimasto appeso, bizzarre, diroccate, imprevedibili, ma anche così continuavate a sembrarmi le più belle montagne del mondo.