«Si stanno riportando dalla periferia a Roma, dopo 20 anni, i procedimenti avviati e conclusi nei territori: e tutto senza verificare se il centro sia in grado di reggere. È un riordino che lancia segnali negativi e contraddittori». Lorenzo Casini, docente all'Imt di Lucca e Consigliere giuridico di Franceschini dal 2014 al 2018, critica così la riforma dei Beni culturali voluta dal ministro Alberto Bonisoli. «Le riforme possono piacere o meno. Ma, dopo una grande riforma, è sbagliato tornare subito indietro senza averne prima valutato gli effetti». Lorenzo Casini è professore di diritto amministrativo alla Scuola Imt di Lucca e membro del Cda degli Uffizi. È stato consigliere giuridico dell'ex ministro Dario Franceschini. Professore, lei è molto critico sulla riforma Bonisoli: perché? «La riforma di Franceschini, seppur attaccata, era il precipitato di indagini e analisi approfondite. È difficile cogliere invece il perché di questa "nuova" riorganizzazione, su cui è mancato anche il parere del Consiglio superiore del Ministero. Su alcune decisioni non è stato fatto alcuno studio di impatto sui procedimenti; si sono spostate competenze senza valutare le ricadute. Si stanno riportando dalla periferia a Roma, dopo 20 anni, i procedimenti avviati e conclusi nei territori: e tutto senza verificare se il centro sia in grado di reggere. È un riordino che lancia segnali negativi e contraddittori». Un esempio? «Sopprimere l'autonomia di alcuni musei, dopo pochi anni dalla loro istituzione, è un brutto segnale. Forse si ignorano i criteri del perché nel 2014 è stata data l'autonomia dopo indagini e studi e si comunica incertezza. Né si tiene conto delle sorti dei direttori in carica. Anti-storico, però, è questo "centralismo di ritorno"». Bonisoli, ieri, ha sostenuto che non è così. «Be', stiamo tornando all'inizio degli anni 2000, prima che fossero create le direzioni regionali, poi soppresse nel 2014 e sostituite, nei compiti, dai segretariati e dalle Commissioni regionali. Tutti gli atti dichiarazioni e verifica di interesse culturale, concessioni, etc. che oggi sono decisi in periferia saranno adottati dalla direzione generale a Roma. Il vincolo a un palazzo a Firenze, come in Calabria, sarà deciso a Roma: se non è questo centralismo...». Sul prestito delle opere, Bonisoli ha parlato della situazione attuale come di un «casino»: è così? «Può accadere che i musei agiscano in modo non coordinato. Ma la soluzione non è una informazione "preventiva" alla Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggi del ministero. Bastava una direttiva del ministro». Sicuramente si rischia di allungare i tempi di tutto: contratti, prestiti, decisioni sulle realtà locali... «E in più nell'amministrazione italiana, che ha spesso una idea "proprietaria" delle funzioni, l'informazione preventiva sarà un modo per introdurre veti. Ci siamo già passati. E perché un direttore di museo, che è un ufficio dello Stato e che può contare su tecnici del ministero, deve informare un'altra direzione generale a Roma se presta un'opera?». Cosa succederà alla Galleria dell'Accademia senza autonomia? «L'Accademia, persa l'autonomia, può finire nel Polo museale regionale. Le sue risorse andranno così prima a Roma, per venire poi riassegnate, con tempi non brevi. In più, poiché sono somme ingenti, alcune risorse forse rimarranno al centro o andranno altrove. Invece dell'80 certo, come oggi, ne potrebbe tornare meno: già nella ultima legge di bilancio sono stati sottratti fondi ai musei autonomi. E poi bisogna vedere se resterà ancora il cosiddetto accordo Bondi-Renzi, che destina una parte degli introiti dei musei statali a Firenze». Il secondo scenario? «L'Accademia potrebbe essere assegnata a un istituto autonomo di Firenze: Uffizi o Bargello. Sarebbe una scelta singolare. E agli Uffizi il bilancio è già molto ricco». All'Accademia partono ora dei lavori, attesi da anni, che secondo la direttrice Hollberg sono possibili solo grazie all'autonomia ed alla «cassa», cioè alla disponibilità di risorse dirette. Che succederà senza autonomia? «Non lo sappiamo. L'Accademia non esisterà più come posizione dirigenziale e non sarà più stazione appaltante. Spetterà agli Uffizi o al polo toscano o alla nuova Direzione contratti a Roma o alla soprintendenza di Firenze. Lo scopriremo».