Un archeologo ha ricostruito la storia dell'antico maniero MONZA. Si scendono i gradini verso i sotterranei del palazzo della Rinascente di Monza e si entra nella Storia. Un salto di 7 secoli sulle tracce di quello che fu il Castello Visconteo. È il viaggio che ha compiuto l'archeologo monzese Stefano Pruneri, autore di un volume fresco di stampa («Monza. Dal Castello Visconteo al Palazzo della Rinascente»). Quelle mura spesse oltre due metri che appaiono al piano interrato dello Store di Largo Mazzini sono un nuovo tassello per ricostruire la storia e le dimensioni dell'imponente castello voluto nel 1325 da Galeazzo I Visconti, ampliato nel 1357 da Galeazzo II Visconti lungo il perimetro delle mura cittadine realizzate da Azzone Visconti nel 1333. Ebbe vita relativamente breve il castello di Monza: «C'è un documento conservato nell'archivio storico comunale che, data del 21 luglio 1525 spiega l'archeologo , è la convenzione stipulata tra il cancelliere ducale Girolamo Morone e i rappresentati della città per «ruinare il castello d'essa terra». Tra il XVI e il XVIII secolo demolizioni e abbandono lasciano il segno sulle varie parte dell'imponente complesso che occupava un'area di 140 metri per 110, ma la parola fine (a parte una torre sopravvissuta e visibile ancora oggi lungo il Lambro) è scritta all'inizio dell'800 quando le macerie recuperate furono riutilizzate per realizzare dal 1806 il muro di cinta del parco napoleonico. Tra il 1814 e il 1820 si apre una nuova pagina per la storia della città: l'architetto Amati progetta su quell'area la villa e i giardini per la famiglia del conte Ercole Durini con una torre e una sala circolare ancora in parte riconoscibile nell'ingresso a destra della Rinascente. Nella seconda metà dell'800 la villa diventa la sede delle telerie Frette, la facciata raddoppia, come gli spazi sul retro. Nelle fondamenta, tra le mura dell'antico castello trovano spazio i macchinari in ghisa della tessitura, ancora in parte visibili. È proprio tra quelle mura del piano interrato, attraverso le tracce lasciate nei mattoni, incrociando dati e documenti che Stefano Pruneri è riuscito a ricostruire, almeno virtualmente, l'immagine del castello. «Per capirne la pianta spiega bisogna partire dal Lambro che corre alle spalle e dall'unica torre ancora in piedi. È una torre minore con ponte levatoio che serviva per l'entrata e l'uscita alle spalle della struttura con le mensole di appoggio del ponte che sono ancora visibili». Un fossato che raccoglieva l'acqua del Lambro correva lungo tutto il perimetro, da via Azzone Visconti, lungo l'attuale facciata della Rinascente, per curvare a 90 gradi per attraversare l'attuale giardino del convento delle Suore Sacramentine sul retro. L'ingresso principale era in corrispondenza dell'attuale fontana di Largo Mazzini e conduceva a nord nella parte nobile del palazzo che si apriva con una torre a nord e il lungo edificio della «Cassinazza» che si affacciava sulla Piazza d'arme (dove ora c'è il parcheggio del grande magazzino). «All'interno dell'area del castello la torre di nord ovest si trovava dove ora c'è la caffetteria conclude Pruneri mentre la Rocchetta era invece l'edificio militare con la temuta torre dei Forni. Era alta 40 metri ed ospitava le prigioni. Un luogo odiato dai monzesi che proprio da qui iniziarono la demolizione di quel simbolo del potere visconteo».