«È stato riscoperto il colore» Le tipiche bricole veneziane col muschio che segna il limite bagnato dall'acqua, i riflessi delle ombre, i dettagli accuratissimi delle figure che affollano ponti o balconi adornati con preziosi tappeti orientali, le fogge, i tessuti, i velluti. E poi i marmi, le architetture, i paesaggi, gli animali. Mito, racconto favoloso, invenzioni ovunque. Entrando nella sala XXI delle Gallerie dell'Accademia di Venezia ci si trova davanti a qualcosa che assomiglia a un film in cinemascope, circa cento metri quadri di una narrazione che dopo oltre cinque secoli mantiene inalterata anzi, la ritrova - tutta la sua potenza espressiva. I colori tersi si accendono, i particolari catturano: lo scrivano al tavolino, il cagnolino (o gattino?) ai piedi del letto della santa, le armi e le bandiere. Dopo un lungo restauro, tornano visibili al pubblico le «Storie di Sant'Orsola», uno dei capolavori di Vittore Carpaccio (Venezia 145565-ivi o Capodistria 152526). Si tratta dello straordinario ciclo di nove teleri realizzati tra il 1490 e il 1495 dal maestro rinascimentale per la scuola di Sant'Orsola - oggi canonica del convento dei Santi Giovanni e Paolo - , commissionati da un ramo dalla famiglia Loredan. Narra la storia della principessa figlia del cristiano re di Bretagna, promessa a un principe pagano inglese. La fanciulla accetta a patto che questi si converta al cristianesimo. Lui acconsente e la giovane parte alla volta di Roma, ma appena vi giunge fa un sogno premonitore: le appare un angelo che le annuncia l'imminente martirio. Verrà uccisa col suo corteo di vergini dagli Unni, qui «camuffati» da turchi per celebrare le glorie dei Loredan. Le vicende della santa, tramandate dalla duecentesca Legenda aurea di Jacopo da Varagine e raccontate dal Carpaccio, giungono nella pinacoteca nel 1812 a seguito della soppressione degli Ordini e confraternite religiose. Il restauro, realizzato col contributo di Save Venice (750mila euro), è stato preceduto da una fase di studio e analisi diagnostica condotta dal 2010 dall'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma e dal Laboratorio Scientifico delle Gallerie. I teleri si presentavano in uno stato conservativo disomogeneo che condizionava fortemente la lettura del ciclo come insieme unitario. Il make-up è iniziato nel 2013 sull'«Arrivo a Colonia», condotto dall'ISCR, mentre la chiusura della Sala XXI nel 2016, ha dato avvio all'azione sul resto del ciclo. Il restauro dell'«Apoteosi di Sant'Orsola» è stato guidato dalla CBArt mentre l'intervento sui rimanenti teleri è stato realizzato sotto la direzione di Giulio Manieri Elia (prossimo a insediarsi come direttore delle Gallerie) e Alfeo Michieletto e il coordinamento delle indagini scientifiche di Ornella Salvadori, dalle imprese C.B.C. di Roma e Egidio Arlango di Vicenza. Per i sette teleri sono state impiegate 14mila ore di lavoro, 170 a metro quadro, ma in alcuni casi si è arrivati fino a 250. Il risultato? Stupefacente. «Dalle moderne riflettologie a infrarossi marca Manieri Elia - è emerso che tutti i teleri sono stati realizzati partendo da disegni a pennello, carboncino o punte sottili. Un prato che era una piazza lastricata, un torrione che era pensato come due torri, i pentimenti li analizzeremo in una giornata di studi in autunno. L'aspetto importante è l'aver ritrovato la profondità prospettica e l'equilibrio cromatico d'insieme. Basta vedere i cieli.». Si è pure scoperto che Carpaccio replicava alcune figure da un telero all'altro. Nell'allestimento c'è una rilevante novità nella sequenza delle scene. È stata anteposta la scena con «L'incontro a Roma con Papa Ciriaco» rispetto al «Sogno di Sant'Orsola», ripristinando l'ordine del ciclo adottato nei precedenti allestimenti e mutato da Vittorio Moschini nel 1946-47, seguendo il progetto di Carlo Scarpa. «Ritrovata la bellezza - sottolinea Frederick Ilchman, Chairman di Save Venice - di un'opera innovativa, dove Carpaccio anticipa Veermer».