Chiamata alle arti di Elisabetta Montaldo, si parte lunedì Tutto è iniziato da un filo d'oro. Le donne procidane, padrone dell'isola, con i mariti sempre per mare, ricche governatrici di un mondo operoso, «lo ricavavano dalle sterline d'oro del noleggio marittimo. Battevano la moneta finché non si assottigliava per trarne un filamento. E con questo ricamavano i preziosi vestiti di seta indiana o cinese, dipendeva dai viaggi, e dai periodi mentre dal Settecento sarebbero arrivate anche da San Leucio». A inseguire da anni quel fil d'oro e a raccontarlo è Elisabetta Montaldo, costumista da due David di Donatello (per I cento passi di Marco Tullio Giordana e I demoni di San Pietroburgo del grande padre Giuliano) che, nipote della divina antidiva Vera Vergani, vive nella di lei dimora proprio a Procida. Inseguendo quel filo, in più di dieci anni, ha riannodato molte traiettorie culturali e soprattutto ha tessuto un sodalizio con Lena Costagliola di Polidoro, ultima testimone dell'arte del ricamo in oro, con la quale l'anno scorso ha fondato l'associazione L'oro del mare. Obiettivoil recupero dell'abito procidano, ma anche la valorizzazione delle testimonianze materiali della storia dell'isola. Le loro lunghe indagini hanno già dato importanti contributi, un libro, un video, in collaborazione con il Comune di Procida, la realizzazione di un prototipo di abito tradizionale settecentesco, un laboratorio di restauro per gli abiti antichi gelosamente conservati dalle famiglie. Il filo, poi, srotolandosi ha tracciato un'altra pista. «In assenza di un museo civico, il visitatore che sbarca a Procida, non ha ancora a disposizione un racconto storico e non ha la più pallida idea di un passato molto importante. Così abbiamo chiamato a raccolta le forze artistiche e creative dell'isola e abbiamo immaginato un piccolo museo civico privato. E lo abbiamo realizzato grazie all'Arciconfraternita Pio Monte dei Marinai che ci ha concesso uno spazio molto suggestivo che chiamiamo "la grotta"». La grotta? «È un magazzino del porto, dove si stivavano le barche proprio sul fronte della marina. Abbiamo lasciato la pietra viva con interventi moderni: una parete curva progettata dall'architetto Cesare Buoninconti sulla quale scorrono lentamente le foto selezionate da Donatella Pandolfi che cura il blog Procida genius loci e in uno schermo curvo viene proiettato a loop un filmato di cinque minuti. Nello spazio si snoda poi un percorso sintetico che va dai pre-fenici al futuro». Mica una passeggiata, anzi una traversata. «Appunto. Partiamo da un modello dell'unico relitto di una nave tutta stiva e, attraverso feluche del medioevo islamico, l'architettura procidana, l'armatoria borbonica, il Grand Tour, la città, la decadenza, si arriva alla nave del futuro ma già sperimentata nei mari del Nord che, comandata anche da terra, singolarmente somiglia a quella pre-fenicia. Nel percorso c'è anche molto altro, come la sezione dei feudatari del mare che sfruttavano pesca e tonnare, dai quali "ci ha salvato" Carlo III». Un posto d'onore merita poi la storia del Pio Monte «nato anche per far fronte ai riscatti necessari per liberare i marinai procidani che venivano rapiti di frequente perché considerati merce pregiata: era e sono bravissimi. Fondato nel 1617, è un ente molto antico, antecedente addirittura ai Lloyd's di Londra. Ed è proprio da questi riscatti che è nato il cognome così frequente sull'isola, Scotto di... Tra i nostri partner c'è anche l'Associazione di marittimi, Alamari, fondata da due quarantenni di alto livello manageriale». Perché ancora oggi i circa tremila procidani imbarcati sono «blasonati» e ricercati. Con il patrocinio del Comune, la mostra permanente (lo sarà almeno per quattro anni, tempo del comodato della grotta, poi è in progetto un vero museo civico) sarà inaugurata lunedì 10 alle 18 (via Vittorio Emanuele).