Caro Schiavi, tra le segnalazioni riguardanti la nostra «bella» città non ho notato quella su piazza Diaz, adiacente al Duomo, museo di architettura moderna, con la Terrazza Martini che ricorda i fasti della Milano frizzante degli anni 70, ora lasciata invece in uno stato sospeso tra abbandono e recupero, con i portici dal pavimento dissestato e rifugio di homeless addirittura con tenda per la notte, l'hotel Plaza abbandonato, i locali notturni che chiudono e altri palazzi in restauro, il tutto con in mezzo uno spazio verde di dimensioni rilevanti ma inibito al pubblico. Rimettere a lucido questo gioiello anni 50 migliorerebbe il complesso architettonico del centro, con una ideale prosecuzione tra Museo del Novecento, via Marconi e piazza Diaz sino alla Torre Velasca. Alberto Arrigoni Caro Arrigoni, è vero, piazza Diaz è un luogo oscurato nel Rinascimento milanese, un frettoloso passaggio tra i bivacchi e gli stracci dei senzatetto. Stringe il cuore per molti della sua e mia generazione, perché lì è passato il mondo quando la Terrazza Martini era in grande spolvero ed è inutile ricordare che un evento non era un evento se non cominciava o finiva da quelle parti. E poi c'era il regno della rotula frenetica, come la chiamava il grande Guido Vergani, quando Milano passava le notti allo Stork di piazza Diaz, dove oggi c'è il Nepentha. «C'erano meno ori, meno tendaggi e c'era più design, più "architetto faccia lei", ma sempre nell' ovatta dei velluti. Era difficile che gli storkini tirassero mattina per beccare la subrettina della Porta d' Oro, del Maxim, del Caprice e dell' Astoria Club... Nel 1963 aprì il Charly Max, iceberg notturno di quell'impero del ristoro che era il Bar Commercio in piazza Duomo. L' orchestra era di Piero Giorgetti. I "viveurs" uscivano dal Charly quando al "Commercio" già cominciava la ridda dei cappuccini». Alla nostalgia si può aggiungere che in corrispondenza di piazza Diaz, prima degli sventramenti c'era il Bottonuto, «zona pestilenziale di gente fradicia come le vecchie case», scriveva il velenoso Paolo Valera a inizio Novecento, addentrandosi nel sottobosco peccaminoso che si adagiava sui divani delle case chiuse.È cambiata una geografia urbana. Oggi sono più le saracinesche abbassate di quelle riaperte. Ma piazza Diaz merita di più. Giangiacomo Schiavi