Il rumore di una sirena, grida, corse; la MSC non può più fermarsi, colpisce la Country river, c'è rumore di onde, di vetri. Venezia si è svegliata così; video su Facebook, messaggi su What'sApp, paura, collera. Ogni anno, nel giorno dell'Ascensione (la «Sensa»), Venezia si sposa simbolicamente al mare. Quest'anno i festeggiamenti sono molto ridotti, visto l'incidente. Anche questo è simbolico. Qualcosa si è rotto, a Venezia. Venezia è delicata, strana. La laguna è un sistema complesso, i fondali non sono molto profondi. È per questo motivo che, per paradosso, le navi da crociera devono passare davanti a San Marco e poi per il Canale della Giudecca, proprio in mezzo alle case della città; non hanno altre alternative, al momento, per raggiungere la Marittima, vicino alla Stazione Ferroviaria, lì dove nell'Ottocento fu spostato (da San Marco e dalla Punta della Dogana) il porto commerciale e oggi c'è il porto turistico. Eppure, lì non dovrebbero più passare, le navi, visti i rischi che questo comporta; è dal 2012, dai tempi del decreto Clini Passera, che il transito è in deroga in attesa di una diversa soluzione. La soluzione è stata stabilita nel 2017; le navi dovrebbero entrare per il c.d. Canale dei Petroli, e poi essere distinte; le più grandi in un nuovo terminal turistico di Marghera, alcune più piccole invece, mediante lo scavo di un nuovo canale, dovrebbero restare alla Marittima, ma senza più passare per il centro veneziano. Finirà forse così. Verranno giorni di grande indignazione, sublimi proclami; sarà subito stabilita la deviazione delle navi a Marghera, ora che un nuovo incidente sarebbe inevitabilmente impossibile da giustificare. A seguire, ci sarà l'avvio dei lavori di scavo del nuovo canale. O forse no; ci saranno bandi di gara, ricorsi, cambi di governo, e saremo ancora daccapo tra qualche anno, visto che già sette ne sono passati. Io credo invece che bisogni cambiare approccio. Questo incidente deve essere un'ulteriore occasione per ripensare Venezia. Ha bisogno, Venezia, di questo tipo di turismo? La crocieristica rappresenta un indotto importante, circa 300 milioni di euro, divisi tra i ricavi diretti per l'attività portuale e quelli indiretti, ossia quanto i crocieristi portano in città (sono più di un milione). Rappresenta circa il 2 del Pil cittadino, ed è una percentuale importante anche se non decisiva, considerando anche che si tratta di un dato lordo, che non considera per dire i costi di inquinamento e di deterioramento del patrimonio architettonico causato dal passaggio di questi colossi. È venuto il momento di rinunciare? Bisogna cominciare a guardare un po' più in là, a che città si vuole costruire nei prossimi cinquant'anni. Il problema di Venezia non è solo che una nave colpisca piazza San Marco (eventualità remota). Venezia è il logorio dei 20 milioni di turisti all'anno, dei 9000 posti letto appena autorizzati a Mestre, di Airbnb e delle affittanze turistiche che stanno trasformando le nostre città (non solo Venezia, ma anche Firenze, Roma, e anche Milano che sembrava l'unica immune). Bisogna limitare, regolare gli arrivi. Ma questo non basta. Non è vietando, che si può pensare di fermare il fenomeno. Ma creando alternative economiche. È inutile togliere le crociere se non si riescono ad attrarre investimenti alternativi, legati all'industria, ai servizi, alle nuove tecnologie, alle energie pulite, agli studi di eccellenza. Solo così, solo creando nuovo lavoro in settori diversi sarà possibile attrarre nuovi cittadini, cambiare l'inerzia del mercato immobiliare. Ma se non si gioca così, in contropiede, è una partita persa; Venezia magari resterà intatta, ma non sarà viva.