Il «nonno albero» di Torino ha perso il più fedele dei suoi amici. È andato in pensione il giardiniere della Tesoriera. Mimmo Munaò, 66 anni, dall'82 giardiniere del Comune, ultimo responsabile del parco di corso Francia.«Per quasi vent'anni in questi prati e vialetti si è svolta la mia vita racconta con un sorriso . Ogni mattina l'apertura del cancello alle 7.30, poi il controllo dei vialetti, la verifica della pulizia del bagno...». Un percorso di routine con una tappa obbligata davanti al platano più vecchio di Torino. Quasi 300 anni di vita, un fusto di venti metri di circonferenza e una chioma alta 15 metri. Un monumento alla forza della natura nel cuore della città più trafficata. «Ogni giorno mi fermavo a contemplarlo. Spesso mi trovavo ad abbracciarlo, come fanno tante persone che vengono a parlargli e a captare, in silenzio, la sua energia. Guardando il "nonno" tutte le preoccupazioni e gli stress diventavano più piccoli. Jimmy Fontana cantava: "Nel tuo silenzio io mi perdo e sono niente accanto a te". Aveva ragione». Il giardiniere Domenico Munaò non ha anticipato la pensione sfruttando la «quota 100», ma è rimasto a lavorare fino all'ultimo giorno e, libero dal lavoro da neanche una settimana, ritorno quasi ogni giorno a vigilare su quel tronco piantato ai tempi di Vittorio Amedeo II di Savoia. «Sono andato in pensione perché me lo ha ordinato il Comune», racconta. Prima e poi doveva arrivare l'addio alla Tesoriera dove ha lavorato per quasi 20 anni: raccogliendo le foglie, vangando e concimando i prati, curandone i fiori assediati puntualmente dalla festa dell'ultimo giorno delle scuole. «Ogni anno qui è un manicomio. Arrivano tanti ragazzini: si buttano nella fontana e giocano a palla», spiega il giardiniere. Si divertono, non ci sarebbe niente di male, se giugno non fosse anche il mese della semina. «Per evitare che calpestino i terreni appena lavorati, li devo rincorrere dice ridendo . Ho ricevuto anche un encomio ufficiale del responsabile della biblioteca musicale». Una medaglia sul petto di questo dipendente del Comune difensore della cornice verde della villa settecentesca costruita per Aymo Ferrero di Cocconato: il tesoriere generale dello stato sabaudo. «In questo parco una volta c'erano quattro giardinieri. Poi, diventata questa una professione in via d'estinzione, ero rimasto solo io». Il suo successore? Un ragazzo, uno degli ultimi rimasti nella storica e gloriosa truppa di addetti al verde di Torino. Gli eredi, in qualche modo, di Ernesto di Sambuy, il «mecenate» del giardini della città d'inizio Novecento. «Sono nato a Massa, ho lavorato come collaudatore alla Fiat poi ho aperto un negozio di dischi. Suonavo, facevo politica. Poi, ho dovuto mettere la testa a posto». Non avrebbe mai pensato di diventare giardiniere, ma il posto fisso nel pubblico era troppo allettante. «Consigliato da mia madre, andai al Palasport e feci il concorso. C'erano 8 mila persone per 80 posti», ricorda Munaò che nell'82 come primo incarico venne spedito a spostare i cadaveri del cinema Statuto e, poi, a fare la prova di sei mesi al deposito del Valentino. «Ho sofferto un freddo terribile. Ci diedero una divisa con un basco e dei pantaloni così ruvidi che sembravano fatti di carta vetrata. Ogni mattina c'era la convocazione in cortile dal responsabile». Un sergente Hartman in versione piemontese. «Non lo capivo, il mestiere ho dovuto rubarlo», aggiunge davanti a quel platano più forte di tutti. «Quando gli hanno tolto le panchine di sotto e imbracato i rami, ho capito quando fosse fragile e allo stesso potente questo albero». Essere vivente sotto scacco dei funghi e dei fulmini. Racconta: «Tanti persone vengono a parlargli. I più belli? I bimbi». A cui Mimmo ha lasciato in eredità il «nonno albero» di Torino.