grandi musei Francesco Giuseppe raccolse a Vienna, senza badare a spese nella costruzione del museo, le opere risparmiate dalle razzie napoleoniche. L' Europa del secondo Ottocento scorre sotto gli occhi del sovrano vegliardo, punto di riferimento del sempre più fragile impero multietnico degli Asburgo. Francesco Giuseppe, nella sobrietà delle sue interminabili giornate da impiegato statale con ufficio nella Hofburg viennese, si augura che duri il più a lungo possibile quel diffuso e compiaciuto senso di sicurezza, di immutabilità, di disciplinata moralità pubblica che nemmeno i moti di indipendenza di molte nazioni riescono a scalfire. È l'età delle certezze, placida e annoiata, sulla quale si colloca, patriarcale, la figura immutabile dell'imperatore, contrapposta all'impercettibile, ma sempre più ripido, piano inclinato su cui l'Austria scivola, inesorabilmente, verso la catastrofe. La storia comune, lo scenario collettivo della Vienna di Francesco Giuseppe è racchiusa dal Ring, la strada che può essere considerata, nel suo intero complesso urbanistico e architettonico, come un unico enorme cantiere. Nel 1857, per celebrare l'abbattimento delle vecchie mura e l'inizio della realizzazione del Ring, Johann Strauss figlio compone un ballo popolare, la Demolierungs Polka: a guardar bene, l'idea di ballare sorridendo sulle rovine dell'antica potenza è l'autentico simbolo della finis Austriae. Già nel 1862 viene progettata, in corrispondenza della Hofburg, una grande piazza con il monumento a Maria Teresa, fiancheggiato da due colossali edifici gemelli sormontati da vistose cupole: il museo di storia naturale ( Naturhistorisches Museum) e il museo di storia dell'arte ( Kunsthistorisches Museum). Inaugurato ufficialmente il 17 ottobre 1891, dopo prolungati lavori di costruzioni e soprattutto di fastosa decorazione, alla quale partecipa con crescente importanza il giovane Klimt, il Kunsthistorisches è giustamente considerato uno dei più importanti musei del mondo, specie grazie alla straordinaria pinacoteca, diretta erede delle meravigliose collezioni asburgiche. Pignoleria burocratica imporrebbe che ricordassimo che il museo è suddiviso in numerose s e z i o n i , dall'antichità alle arti applicate, dalle armature agli strumenti musicali, e che le sue sterminate collezioni dilagano anche in altri edifici; e non è per puntualizzazione amministrativa, ma per puro senso di meraviglia che vorremmo sollecitare anche i visitatori più frettolosi a non mancare le sezione con i cristalli di rocca e le meraviglie tardo rinascimentali pertinenti alle mitiche collezioni praghesi di oggetti rari e preziosi dell'imperatore Rodolfo II. Tuttavia, non si può negare che l'immagine del grande museo viennese si identifichi sostanzialmente con la doppia catena di sale piene di quadri al primo piano. La struttura sembra semplice: a un anello di grandi saloni si affianca un perimetro esterno di salette più piccole. Questo schema è simmetricamente ripetuto: da una parte l'arte italiana, dall'altra le scuole artistiche nordiche. Verrebbe spontaneo cominciare dalle sale più grandi, rese accoglienti d'inverno dai termosifoni nascosti dietro i divani imbottiti. Qui il visitatore si immerge in ondate oceaniche di grande pittura, distese sulle pareti colorate, al di là delle sontuose transenne di marmo nero che fanno da distanziatori: altro che le solite, precarie catenelle o le cordicelle sfibrate che penzolano tra due piantane! Una caratteristica: quasi tutto ciò che è esposto nella pinacoteca del Kusthistorisches risale al XVI e XVII secolo, con una grande compattezza cronologica. La sala di Tiziano è assolutamente indimenticabile, quella con tutto il meglio della produzione di Bruegel il vecchio merita da sola un lungo viaggio, quella di Rubens ( addirittura sdoppiata, visto il numero e le dimensioni delle tele del maestro di Anversa) trabocca di colore e di sensualità. Eppure, non sono pochi coloro che preferiscono il giro esterno. Bordeggiando lungo una rotta movimentata da interruzioni e paraventi, ecco apparire meraviglie struggenti: i frammenti della pala di Antonello da Messina, il giovane doloroso di Lotto, gli impareggiabili Tre Filosofi di Giorgione, le mitologie erotiche di Correggio. Sarà per questo che i curatori del Kunsthistorisches hanno spesso cambiato collocazione ai loro numerosi e stupendi Dürer, nell'incertezza tra il doveroso omaggio di un grande salone e il piacere della scoperta nelle salette tutt'intorno, dove l'aura di sacralità si attenua e al visitatore si suggerisce quasi un contatto più ravvicinato con i dipinti. E intanto passano le ore, senza accorsene. La soddisfazione è totale, e tocca l'apice proprio nell'ultima sala. Non conosco nessun museo che sappia salutare i visitatori con tanta grazia, collocando come arrivederci l'ultimo capolavoro di Vermeer, quell'immagine di atelier che trasforma il mestiere del pittore in un atto di amore e di poesia. Quasi quasi, viene voglia di ricominciare a girare per ammirare tanta bellezza. 5 settembre 2005