È andata bene: per Pompei, per un progetto scientifico e amministrativo apprezzato da tutti, per l'immagine del ministero dei Beni culturali. La conferma da parte del ministro Alberto Bonisoli di Massimo Osanna alla guida del parco archeologico più famoso del mondo chiude una lunga attesa che aveva scatenato numerose polemiche (ne hanno scritto Gian Antonio Stella e Vincenzo Trione) e aperto la strada a molti dubbi. I fatti sono noti: Osanna dirige Pompei prima come soprintendente di Pompei, Ercolano e Stabia dal gennaio 2014 (nomina dell'allora ministro dei Beni culturali Massimo Bray) poi, dal gennaio 2016 (Franceschini) come direttore generale. Dopo tre anni il suo incarico è scaduto, nel frattempo è diventato anche professore ordinario di Archeologia classica alla Federico II di Napoli. A tutti sembrava naturale che la procedura per la nuova nomina fosse solo, come si dice in questi casi, una pura formalità. Osanna pilota Pompei con decisione e con chiarezza di intenti. Non c'è stata mai nemmeno la penombra di un problema giudiziario: una autentica rarità, in un mondo attraversato da appalti, grandi investimenti economici, progetti in una terra oggettivamente difficile. Osanna non è ascrivibile ad alcuna area politica: è stata la sua forza, nonostante per qualcuno possa apparire (nella stagione in cui viviamo) una oggettiva debolezza. Ma la conferma di Osanna non è stata una «pura formalità». Si è partiti da un iniziale parterre di 47 candidati e si arrivati a tre finalisti: Osanna e due funzionarie del ministero, Maria Grazia Filetici e Maria Paola Guidobaldi. Proprio la Guidobaldi è stata avvisata solo ieri mattina della scelta di Osanna. Dunque Bonisoli ha riflettuto fino all'ultimo e poi ha deciso per Osanna. Dicevamo: è andata bene. Perché la mancata conferma di un archeologo-manager titolare di un'eccellente esperienza avrebbe provocato una inevitabile sollevazione del mondo scientifico e Bonisoli avrebbe dovuto spiegare il perché di un'esclusione oggettivamente incomprensibile. Dunque il ministro ha il merito di aver deciso per il meglio, di aver resistito a più che verosimili sollecitazioni contrarie della sua area di riferimento, il M5S, che non ha mai manifestato particolare sostegno a Osanna. E di aver indicato la nomina prima delle elezioni europee: quasi a voler sottolineare due volte (la scelta di Osanna e la tempistica) un forte distacco dai partiti nel momento delle investiture. C'era chi giurava che la poltrona di Pompei sarebbe stata aggiudicata dopo le urne, magari trasformandosi in una pedina di chissà quanti altri, e diversi, scambi. Così non è stato, e Bonisoli ha oggettivamente mostrato la sua Indipendenza con una scelta cristallina in cui le radici di Osanna (la prima nomina di Bray e poi quella di Franceschini) non hanno costituito un problema. Sono stati i risultati del triennio a pesare. Finalmente un capitolo «normale» in un Paese che lo è sempre meno. Auguri a Osanna e soprattutto a Pompei.