Il Consiglio di amministrazione di Fondazione Brescia Musei sta mettendo a punto il progetto per la realizzazione in Castello del «parco Romeda», con le opere lasciate da Bruno Romeda alla Fondazione. Gli alfabeti di metallo che scolpiva nel suo studio, le ceramiche di Picasso e i disegni di Anish Kapoor affastellati in salotto, i libri e ogni metro quadro del suo casale di Opio, in Provenza: oltre a 5 milioni di euro netti, Bruno Romeda (morto a febbraio 2017) ha lasciato a Brescia Musei anche la sua villa (che sarà messa in vendita senza fretta) e la sua collezione. Unica condizione: la fondazione deve spendere ogni centesimo dell'eredità per creare un'alcova in cui valorizzare l'arte contemporanea e le stesse opere dell'artista. Il parco Romeda, con il cronoprogramma e dettagli vari ed eventuali, era all'ordine del giorno del Cda di Brescia Musei di ieri pomeriggio: entro la fine dell'anno, inizierà a prendere forma in Castello, pare nello spazio vicino al Museo delle Armi. Per ora, i consiglieri stanno discutendo di attività propedeutiche e bandi pubblici per affidare i lavori. Ma in poco tempo andranno decise anche le attività educative da organizzare nella fortezza secondo volontà testamentaria. Una commissione, di cui fa parte anche un parente dell'artista bresciano (viveva in Francia con il compagno Robert Courtright da anni ma aveva un legame sentimentale con Brescia) esprimerà un parere consultivo sul progetto del parco, il cui preventivo pare non superi qualche centinaio di migliaio di euro. Il resto dei 5 milioni lasciati da Romeda andrà comunque speso esclusivamente per il restauro delle opere ereditate, vari lavori di miglioramento in Castello e progetti per valorizzare l'arte contemporanea. Per ricordare l'artista-mecenate, tra l'altro, Brescia Musei sta pensando a una mostra da allestire a Sale Marasino, la sua città: al momento, una suggestione di cui si sta discutendo con il sindaco del paese sebino. Scultore, esteta, intellettuale, amico intimo di Leo Castelli e Robert Rauschenberg, che spesso ospitava nella sua villa di Opio, Romeda era nato a Brescia nel 1933, ma viveva tra la Provenza (dove è morto nel febbraio di due anni fa) e New York. Lui e Courtright, suo compagno per sessant'anni, si erano conosciuti in piazza di Spagna nel 1952, quando Bruno era un soldato dell'esercito : «Non potevo resistere a un uomo in uniforme» raccontava spesso Robert, arista americano, ai conoscenti. La carriera di Romeda è iniziata dieci anni dopo quell'incontro con una vernice in una galleria di Bruxelles e un piccolo studio ad Antibes. Bruno era celebre nella scena artistica francese: le geometrie nitide e gli alfabeti di metallo cui lo scultore bresciano infondeva un ordine segreto, poetico, sono entrate nei salotti di collezionisti, designer, mercanti d'arte di tutto il mondo. Se i critici definivano le sue creazioni un «alfabeto di forme», chi lo ha conosciuto personalmente, oltre al talento, ne ricorda il fascino irresistibile, l'intelligenza, il vizio di parlare in italiano, francese e inglese nella stessa frase. «L'uomo mancherà ha scritto una delle sue gallerie americane nel giorno della morte dell'artista , ma le sue sculture continueranno a piacere e incarnare il modo in cui Bruno vedeva e apprezzava la vita». Della unica mostra di Romeda in città, allestita nel 2006, restano qualche foto e traccia su Google: per la Brescia Art Marathon, il dottor Gabriele Rosa e Giorgio Grazioli, allora direttore di Brescia Musei, gli avevano chiesto di spargere le sue sculture nel giardino di Santa Giulia. Il suo Elogio dell'Ombra, invece, è tra le opere di Pomodoro e Mitoraj nel parco di culto di Ca' del Bosco, a Erbusco. Bisognerà pazientare qualche mese per il ritorno in città dei segni archetipi dello scultore: dopo il consiglio di amministrazione di ieri, stabilito il cronoprogramma, Brescia Musei procederà in tempi rapidi a mettere le basi del parco Romeda in Castello, senza trasgredire una sola virgola o postilla dell'eredità milionaria che ha ricevuto.