Un cantiere moderno (costò il doppio del previsto). E poi il Poggi lasciò Era un maggio di 147 anni fa quando iniziarono i lavori per la realizzazione della Rampe del Poggi sotto piazzale Michelangelo, secondo il progetto ideato molto prima. Giuseppe Poggi infatti non si era limitato a disegnare il viale del Colli, piazzale Michelangelo, a chiedere l'abbattimento delle mura di San Niccolò, lasciando intatta solo la porta, ma aveva completamente ridisegnato il colle alberato e intatto per una «passeggiata romantica» che collegasse il Piazzale all'Arno. E che unisse architettura, pietra e piante, arte e giochi d'acqua «per denotare gusto e arte del disegno». Le Rampe dopo un lungo restauro sono tornare a zampillare, sono state liberate dalle piante infestanti, tornate a nuova vita. L'architetto Giuseppe De Grazia che ha affiancato la Fondazione Cr Firenze ed i tecnici del Comune come direttore operativo prima nel lungo lavoro di ricerca (18 mesi tra Archivio di Stato, archivio storico del Comune, Gabinetto Vieusseux e Istituto Storico del Rinascimento) e poi sui cantieri ci guida tra i loro segreti. «Le Rampe sono merito del Poggi, che le concepì in un unità con il viale dei Colli e con piazzale Michelangelo ma anche di un uomo molto meno noto, Angiolo Pucci, soprintendente dei "pubblici giardini e passeggi della città di Firenze". In pratica l'inventore della direzione ambiente di Palazzo Vecchio racconta De Grazia, ombrello in mano dato che il maltempo ha ostacolato la giornata tanto attesa , del concetto di verde pubblico assieme al Poggi che tutelò il panorama attorno al viale dei Colli facendovi istituire delle "servitù", cioè dei limiti a costruire. Fu a Pucci che il Poggi, nel 1876, quattro anni dopo l'avvio dei lavori, consegnò le Rampe ormai finite ma in cui andava realizzata la parte verde e arborea. Il progetto certo è tutto del Poggi». L'uomo che realizzò l'abbattimento delle mura voluto dall'amministrazione decise di sfruttare lo spazio tra il fiume ed il nuovo piazzale per realizzare un sistema di terrazzamenti, strade, muri che stabilizzassero la collina da sempre San Miniato e San Salvatore al Monte sono alle prese con problemi di stabilità con tre livelli collegati dall'acqua. «Per alimentare fontane e vasche fu realizzato un collegamento lungo due chilometri di tubi in ghisa dai fossi di Gamberaia e Alinari, in via Pietro Tacca (dove ora ci sono gli Assi, ndr ) che da sotto il Piazzale mandava l'acqua al livello più alto delle grotte e poi a cascata fino al livello più vicino alla torre. Oggi invece è stato realizzato un impianto che dal basso pompa l'acqua fino in alto spiega De Grazia Per le grotte Poggi si ispirò a quella del Buontalenti a Boboli, facendo arrivare vere spugne marine da Livorno e integrando le decorazioni con finte spugne realizzate con gli scarti della lavorazione in ghisa per la balaustra del piazzale, mentre gli scalpellini realizzarono i capitelli in pietra serena, "consumandoli" per farli apparire antichi. La cava più importante usata fu quella di Monte Ripaldi e per i ciottoli di fiume si ricorse a vari torrenti». Per il restauro sono stati impiegati 30 quintali di ciottoli di fiume bianchi e neri della zona dell'Impruneta, 150 spugne marine sono state ricollocate, sono state rimosse quintali di piante e radici, «e per le piante ci siamo presi qualche licenza, come gli iris, che non c'erano in origine. Poi è stata realizzata per motivi di sicurezza una ringhiera dietro il tratto più alto del primo terrazzamento, copiando quella ideata dal Poggi». Il Buontalenti non è stata l'unica fonte di ispirazione. «Poggi era un grande ammiratore di Michelangelo e nelle volute del livello superiore si vede il richiamo a quelle della Capella dei Principi, le Cappelle Medicee sottolinea l'architetto che si è specializzato proprio con una tesi sul progetto delle Rampe E si ispirò anche al Bramante, al suo cortile Vaticano, mentre Pucci per la parte botanica usò le conoscenze più avanzate in Europa, dove il Granduca Lorena lo aveva inviato per quattro mesi proprio per studiare gli altri Paesi». Anche le Rampe però portarono con sé polemiche e problemi. «Il progetto doveva costare 196.000 lire, questo era il preventivo, ma poi i cantieri si prolungarono fino al 1877 e complicarono, le ditte chiesero un arbitrato per i maggiori lavori sostenuti e alla fine le Rampe costarono 460.000 lire, più del doppio del previsto conclude De Grazia E l'anno successivo, amareggiato per le continue critiche, il Poggi si ritirò a vita privata».