Tuffi dal ponte, sesso all'aperto, picnic. Se a Venezia regna la volgarità. «Me lambicco el cervello zorno e notte per far sonetti grassi e buttirosi per divertir le donne e i so morosi ma mi fazzo sonetti e i altri fotte», scriveva Giorgio Baffo. Neanche lui, il grande poeta dialettale che pure si divertiva a far arrossire coi suoi versi i veneziani del '700, avrebbe potuto immaginare che la sua Venezia sarebbe stata un giorno offesa da una volgarità che le sue rime piccantine mai avevano sfiorato. Capiamoci, non parliamo solo delle solite aspiranti dive che ogni tanto, come giorni fa, sbucano fuori qua e là su un ponte approssimativamente vestite, con un fotografo, un cavalletto e due luci per restare di colpo, zac, tutte nude e cogliere di sorpresa i passanti e filar via prima che arrivino i gendarmi del decoro. La città serenissima, si sa, è il palcoscenico più bello del mondo. Fatta la foto lì, la pubblicità è istantanea. Né Venezia si è mai scandalizzata troppo per queste cose. Basti ricordare il reportage di un viaggiatore inglese, Thomas Coryat, che nel 1608 si spinse a scrivere: «Quanto al numero di queste cortigiane veneziane, si dice che sia grandissimo, perché si crede che ve ne siano, tra la città e gli altri luoghi adiacenti come Murano, Malamocco eccetera, almeno 20.000; e molte hanno la riputazione d'essere così dissolute, che si dice aprano la faretra a ogni dardo». Letteratura. La volgarità di oggi è un'altra cosa. E più ancora che qualche caso di notturne convergenze sessuali, chiamiamole così, sul ponte degli Scalzi accanto alla stazione o in un Campiello vicino a piazza San Marco, colpisce il degrado complessivo della città... «Fermo là! No sarà miga colpa nostra!», salta su il sindaco Luigi Brugnaro. E a nulla vale battere e ribattere sulle responsabilità collettive, chi più chi meno, di un po' tutti i sindaci e le amministrazioni che si sono succedute e più ancora di chi ha cavalcato un turismo di massa sempre più aggressivo senza badare alle conseguenze. E questo a partire dagli anni in cui Indro Montanelli, che l'amò come pochi, spronò Venezia a «abbandonare le ambizioni del centro industriale e del grande porto». «Deve accettare la sua vocazione di "città morta" nel senso che alla parola danno questi imbecilli di modernisti, per i quali la "vita" consiste solo nelle ciminiere fumanti e nelle petroliere che solcano i canali. Venezia deve diventare il centro residenziale delle più raffinate élite internazionali, una capitale di alti studi e naturalmente la mecca di un grande turismo». Dove per «grande» tutto s'intende meno che spropositato. «Basta capirsi», spiega Brugnaro, «È il mondo intero che è diventato così. Le stesse cose che si vedono qua si possono vedere in tutte le città del pianeta. La mancanza di rispetto per le persone, l'idea che tutto sia permesso, che si possano buttare le carte per terra, che ci sia libertà di bere e sentir musica a tutto volume... Sarà colpa di una società in cui non ci si riconosce più, della solitudine, delle comunità sempre più anziane, di tante cose... Ecco, se partiamo dal fenomeno generale, possiamo anche parlare del fenomeno a Venezia». Carlo Goldoni descrisse in una commedia «il mondo nuovo» come «un'industriosa macchinetta, che mostra all'occhio meraviglie tante, ed in virtù degli ottici cristalli anche le mosche fa parer cavalli». Questo è il nodo. A Venezia, proprio per la devozione di quanti la amano, ogni cosa si nota di più. Urta di più. Ferisce di più. Basta scorrere nel computer decine di foto di questi anni: il ragazzotto che si fa il bidè alla fontana, il panzone che solca la folla in braghette e torso nudo, il papà che in piena piazza San Marco solleva il figlioletto per fargli fare pubblicamente la popò, i cialtroni che scendono con lo skateboard dal parapetto del ponte, la banda di teppisti che si tuffa dal ponte di Calatrava, l'ubriaco che fa la pipì sul portone di una casa privata «Basta. Basta. Li so i problemi. I nostri vigili, e ne stiamo prendendo altri 115, passano le giornate a pulire i muri sporcati con le bombolette. E devono anche stare anche attenti a non cancellare per sbaglio un'opera di Street Art di Banksy. Le scoasse! Da quando raccogliamo i rifiuti porta a porta stiamo perfino affamando i gabbiani. I lucchetti! I ragazzini che li attaccano non pensano di fare una cosa brutta ma noi siamo sempre lì, a toglierli, toglierli, toglierli. Le abbuffate di gruppo a mangiare per terra... Una volta ne ho trovata una anch'io. Alzo la mano e chiedo: "Caffè?" E c'è stato anche qualcuno che ha risposto: "Sì, grazie". Le baby gang! Putei. Ne prendi uno e si mette a piagnucolare. Dodici anni... Poi quando sono in banda smettono di esser bambini... Per non dire dei borseggiatori. Arrivano in treno dai campi nomadi, scendono, adocchiano i malcapitati. Una, giovanissima, aveva già 13 denunce. Che le fai? Mica facile. Noi ci diamo dentro e le cose, giorno su giorno, migliorano. Però...». Però, dice, vorrebbe fosse finalmente approvata una legge ferma in Parlamento: «Non ha senso denunciare un ubriaco molesto e aggressivo che chissà se poi sarà processato. Meglio portarlo subito davanti al giudice di pace. Lo processi, gli dai da uno a dieci giorni di cella di rigore, gli fai pagare una multa e ciao». Per cominciare, comunque, sventola il nuovo regolamento varato l'altro giorno. Accolto subito da plausi ma anche da critiche riassunte su «La nuova» da Alberto Vitucci: «Ottanta articoli che mettono divieti e obblighi dappertutto. Inaspriscono le sanzioni per chi non rispetta il "decoro". Prevedono addirittura il Daspo, cioè l'allontanamento dalla città, come si fa per i tifosi violenti del calcio, per chi mangia un panino seduto per terra, si appoggia alla muretta e mette i piedi in acqua». Per non dire di chi gioca a palla nei campielli: vietato. Quei bricconi del «Venice Goldon Awards» che ogni giorno castigano la giunta con l'ironia e il sarcasmo, hanno preparato una lista di divieti ulteriori. In dialetto veneziano: «Divieto de andar pian e a remi sui canali esterni. Obbligo de usar solo faretti fuxia per l'illuminassione dei eventi. Daspo par chi che scoreza o ga magnà agio (aglio) nei mezi publici strapieni...». Che il problema della cattiva educazione ci sia è difficile da negare. Lo stesso Arrigo Cipriani del mitico Harry's Bar, che pure dice che «la città rispetto ad altre è mediamente pulita» e che il passaggio delle grandi navi «è una meraviglia», sospira che la Venezia colta, aperta e cosmopolita non c'è più. Perfino la straordinaria biblioteca del museo Correr, a dispetto delle firme di protesta, rischia di finire a Mestre. Un altro tassello alla «turistizzazione» denunciata giorni fa anche dal Guardian: «Il fiorente settore del turismo sta minacciando la sopravvivenza stessa della città. Si stima che 25 milioni di turisti attualmente visitino Venezia ogni anno. Una cifra che dovrebbe salire a 38 milioni entro il 2025». «Tutti i numeri dei giornali. Contando gli arrivi due o tre volte. Mai fatta una rilevazione scientifica», sbuffa Brugnaro... Le prospettive, però, danno i brividi. Più masse più caos, più caos più divieti, più divieti più violazioni. E sempre meno veneziani. Ridotti ormai, nel centro storico, a meno di 53.000. E meno male che qualche giorno fa una protesta trainata da Marco Gasparinetti e dal «comitato 25 aprile» ha fermato lo sfratto dalla sua casa di una signora di 94 anni. Ecco il punto, sostiene Paolo Costa, già rettore, ministro, sindaco e presidente dell'autorità portuale: «Anche il centro di Roma o quello di Firenze soffrono. La gente! Come si comporta tanta gente! È chiaro che è una questione di pressione. Troppa pressione turistica». È uno dei punti sui quali l'Unesco, ai primi di luglio, passerà al setaccio la risposta italiana (e veneziana) alle osservazioni presentate nel 2015 con i timori dell'istituzione culturale parigina. Su tutti gli eccessi turistici e le grandi navi. Contro cui si battono da anni Salvatore Settis, autore di «Se Venezia muore», la presidente di Italia nostra Lidia Fersuoch, tanti altri... Un dettaglio per capire: nonostante le proteste e i divieti a partire dal governo Monti, c'erano ieri in Marittima sei navi immense. Su tutte la «Magnifica»: 95.128 tonnellate di stazza, 294 metri di lunghezza. Oltre 100 più di piazza San Marco. Eppure, scrive nel suo libro «SoS Laguna» uno dei massimi esperti, Luigi D'Alpaos, ancora una volta la laguna dovrebbe «essere sempre e comunque modificata per rispondere alle pretese, ancorché assurde, degli uomini». E delle navi da crociera. E non il contrario. Scelte insensate, accusano Gianni Fabbri, Franco Migliorini e Giuseppe Tattara nel saggio «Venezia, il dossier Unesco e una città allo sbando». Valeva la pena di trasformare tanti antichi palazzi in nuovi alberghi e tirar su a ridosso della stazione di Mestre, in pochi anni, oltre diecimila nuovi posti letto? «Una visione miope, di brevissimo periodo. Il "macigno" dei 10.000 escursionisti che, nel prossimo futuro, usciranno la mattina dalle loro strutture ricettive di terraferma per trascorrere qualche ora a Venezia sembra vanificare ogni possibilità di governare questi flussi...». E non parliamo del dilagare, denunciato dallo stesso sindaco veneziano, degli appartamenti affidati a multinazionali come Airbnb che, ricorda il Guardian, «ha definito la città serenissima nel suo ultimo report come capitale mondiale del turismo di massa, superando Barcellona, Bangkok e Amsterdam. Ogni giorno ci sono 73,8 turisti per ogni veneziano». Provateci voi a pretendere che siano tutti educati...
Corriere della Sera
19 Maggio 2019
✓ Entità verificate
Se la volgarità regna a Venezia
GI
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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