C'ERA una volta, nella Roma papalina, un pio nobiluomo che decise di vendere i propri possedimenti e investire il denaro ricavato per costruire case, da destinare ai cittadini. Artigiani e commercianti le potevano acquistare a prezzo equo, mentre ai popolani, che non potevano permettersele, il nobiluomo prestava i denari senza interesse. Il Papa rimase colpito da tutto il bene che il nobiluomo aveva fatto alla gente della città santa e, in segno di gratitudine, gli fece dono del Colosseo (a quel tempo, come tutto il resto, apparteneva alla Chiesa). Prima di morire, il nobiluomo distribuì tutti i suoi beni, incluso il Colosseo, ai cinque figli. NATURALMENTE non si poteva dividere il Colosseo, così lo conferì a una società, e divise le azioni tra i figli. Arrivarono i bersaglieri a Porta Pia e l'unità d'ltalia. I monumenti di Roma passarono al Regno d'Italia, ma non il Colosseo, che rimase una società posseduta dai cinque rampolli della nobile casata. Tuttavia, il nuovo Stato italiano decise che gli azionisti del Colosseo non potessero utilizzarlo in alcun modo, e dovessero affidarne la gestione a un Governatore. Questi, nominato dal Papa, ne ereditava le prerogative: non rispondeva a nessuno del suo operato, durava in carica fino alla morte, e doveva essere considerato infallibile. I cinque figli si trasferirono in diverse città italiane, espandendo l'attività immobiliare ereditata dal padre. E i figli dei figli dei loro figli ne ereditarono le fortune. Tutte le loro aziende prosperarono, si espansero, accesero prestiti con le banche, e una dopo l'altra, si quotarono in Borsa. Certo, ai nuovi soci e ai creditori bisognava spiegare la logica di quelle azioni del Colosseo, attribuendogli un valore monetario. Ognuno si inventò una storia diversa, mise una cifra in bilancio, e per tanto tempo nessuno fece caso a quello strano possedimento e al suo valore. Ma un giorno, il Governatore cominciò a prendere decisioni che agli occhi del mondo apparivano inspiegabili (gli italiani non ci facevano caso, perché ci erano abituati). E così, mentre i turisti italiani potevano entrare senza pagare il biglietto e senza coda, gli stranieri dovevano fare una lunga fila per richiedere il permesso di visita, pagare una tassa salata, e aspettare di essere chiamali pei entrare. E, qualche pettegolo, insinuò che la moglie del Governatore aveva prestato il Colosseo a uno degli eredi, per la festa di Natale dei soci e dipendenti della sua azienda. I turisti si indignarono, le gazzette straniere cominciarono a riportarne i lamenti: com'è possibile che un capolavoro dell'arte e tesoro dell'umanità appartenga a grandi società immobiliari? E se decidessero di farne una mega discoteca? Lo scandalo montava sulle gazzette internazionali. Anche perché, a ogni accusa, il Governatore opponeva sdegnato la propria infallibilità. Seccato per lo stillicidio di critiche al Paese, il Primo Ministro chiamò a rapporto il Gran Ciambellano: «Trovi una soluzione a questa seccatura». «Non è semplice, Eccellenza», rispose il Ciambellano, in tono mellifluo, «non possiamo inimicarci gli immobiliaristi perché posseggono mezzo Paese; quanto al Governatore, ci è sempre stato amico, e vuole solo favorire gli italiani. E poi, per la Legge, è eterno ed infallibile». «Va bene», tagliò corto il Primo Ministro, «ma abbiamo il Grande Plebiscito a cui pensare. Dobbiamo scrollarci di dosso quei rompiscatole dei gazzettieri stranieri. Mi aspetto una soluzione». Il Ciambellano chiese udienza al Governatore. Dopo essersi prostrato e avergli dichiarato la costernazione del Primo Ministro per le critiche delle gazzette, gli chiese un piccolo sacrificio: avesse la grazia di stabilire di propria volontà, senza pregiudizi per il suo personale prestigio, che la carica di Governatore durasse non la vita intera, ma sette anni. Con un grugnito, il Governatore accettò. L'orgoglio che abitualmente lo accecava non gli impedì, questa volta, di accettare una sceneggiata che, nella sostanza, nulla cambiava nelle sue prerogative. Il Ciambellano convocò poi a Palazzo gli eredi degli eredi, capi delle cinque grandi società quotate in Borsa. Spiegò loro che lo Stato avrebbe acquistato le loro azioni del Colosseo, per far cessare le ingiustificate critiche al Paese. «Non sarà un gran sacrificio», spiegò loro il Ciambellano, «rinunciare a un possedimento di cui non potere far nulla». Gli eredi annuirono, ma il Ciambellano notò che non si alzavano per lasciare il Palazzo. «C'è altro che dovete dirmi?» domandò. Seguì un silenzio imbarazzato. «A che prezzo lo Stato intende rilevare le nostre quote?» si decise a chiedere uno degli eredi. «Prezzo? Quale prezzo? 11 Colosseo non ha alcun valore di mercato; nessuno sarebbe disposto a sborsare una lira di tasca propria per comprarselo. E un bene di tutti. E poi comanda il Governatore, che fa quello che vuole». Le parole del Ciambellano raggelarono la sala. Dovete sapere che i cinque eredi avevano fornito ai propri azionisti valori molto diversi del Colosseo. Cesare, rimasto a Roma, aveva dichiarato che valeva 2 miliardi di euro, quindi la sua quota era iscritta in bilancio a 230 milioni: svalutarla avrebbe generato una perdita pari a gran parte dei 337 milioni di utili dell'anno precedente. «Mi metterebbe in difficoltà, illustre Ciambellano. Lei sa che le sono sempre stato amico. Non può farmi questo». «E io cosa dovrei dire?» si intromise Giovanni, un bolognese che non era un erede, ma che aveva appena scalato l'azienda di Luigi, il secondo erede rimasto a Roma. «Ho pagato una barca di soldi per una azienda che l'anno scorso ha perso 34 milioni, e la quota di Colosseo è in bilancio a 117 milioni (come se il monumento valesse 4,1 miliardi). Dica al Primo Ministro che ho amici potenti a Roma, anche se il mio lignaggio non è nobile». «Salasso? E io che dovrei dire», interloquì Giampiero, il terzo erede, trasferito a Lodi; quello della festa di Natale al Colosseo. Per gratitudine verso Tonino (era l'unico che poteva chiamarlo così) aveva raccontato ai soci che il Colosseo valeva ben 4,8 miliardi. «E adesso? Dovrei dirgli che non era vero, e che devo svalutare la partecipazione di 58 milioni. A voi sembreranno pochi, ma io l'anno scorso ho fatto solo 168 milioni di utile». «Beh, qualche problema lo avrei anche io», disse Corrado, uno dei due eredi milanesi. «Ho soci stranieri e non potevo contar loro troppe panzane: la mia valutazione è 1,9 miliardi. Ma di azioni ne ho tante: 433 milioni non sono pochi, neanche per me». Solo uno non parlò. Alessandro, l'altro milanese, un tipo cosmopolita avvezzo a lavorare all'estero. Di balle, ai soci, non ne poteva certo raccontare: all'intero Colosseo aveva dato un valore simbolico di 426 milioni (avrebbe voluto azzerarlo, ma il Governatore si sarebbe offeso). La sua quota valeva solo 46 milioni: una goccia in un mare di 2,1 miliardi di utili. Facessero quel che volevano. Se riuscivano a spuntare dallo Stato un prezzo folle, tanto meglio: ci avrebbe fatto una plusvalenza. «Signori», disse il Ciambellano, «capirete che non possiamo emettere debito pubblico per acquistare il Colosseo: i Controllori Europei già si lamentano del deficit eccessivo. Né possiamo aumentare le tasse: ci sarebbe la rivolta dei cittadini». Ma il Ciambellano avvertì la tensione che le sue parole avevano creato e lo sguardo minaccioso di alcuni di quei nobili eredi. C'era il Gran Plebiscito, e avrebbero potuto fare qualche sgambetto al Primo Ministro. Ci voleva una trovata. Poi, improvvisamente, si ricordò che per fare cassa lo Stato aveva appena venduto le Terme di Caracalla a investitori arabi, che ne avrebbero fatto un grande albergo. Le Terme appartenevano al popolo: con il ricavato, dunque, lo Stato avrebbe dovuto ripagare una parte del debito pubblico nelle mani dei cittadini. Ma il rimborso non era stato ancora effettuato; la somma giaceva in una apposito forziere, noto come Fondo di Ammortamento. «Possiamo scrivere che "agli eventuali oneri derivanti dal presente decreto si provvede a càrico del Fondo di Ammortamento". Nessuno capirà cosa vuol dire esattamente. Avrete i vostri soldi. Pagherà il popolo, ma senza accorgersene, perché i soldi sono ancora nel forziere; e quei petulanti Controllori Europei del forziere non tengono conto. Che sospiri di sollievo! Anche il Ciambellano era soddisfatto. «E il prezzo?» sbottò Giovanni, che non essendo un erede non era avvezzo allo stile ovattato del Ciambellano. Lui, nelJa scalata, si stava giocando la camicia e non voleva sorprese. «Un prezzo?» ribattè mellifluo il Ciambellano. «Suvvia, si fidi di me. A Palazzo abbiamo dottori della legge e chiarissimi accademici: sapranno elaborare dotte teorie per dare al Colosseo il valore che più ci giova. La cosa importante, adesso, è che il popolo non si accorga di nulla e che il polverone cali». Congedati gli eredi, il Ciambellano si ricordò che nei sotterranei del Colosseo giacevano, dimenticate da anni, brutte statue d'oro che nessuno aveva mai visto. Il popolo le aveva ricevute tantissimo tempo fa, in cambio di merci che aveva esportato. Il Governatore le aveva fatte mettere negli scantinati, si era sempre rifiutato di venderle, o rivelare che cosa ne avrebbe fatto. Bastava essere cauti, non dare nell'occhio e, una volta acquistato il Colosseo, lo Stato avrebbe messo le mani sulle statue. Avrebbe potuto finalmente venderle e rimettere i soldi nel forziere. E tutti avrebbero vissuto felici e contenti. Una storia inverosimile? Forse. Ma, come insegna Pirandello, spesso la realtà supera la fantasia. Se, come anche il buon senso suggerirebbe, le banche svalutassero a 1 euro le partecipazioni in Banca d'Italia, dovrebbero accollarsi un costo superiore al dissesto della Parmalat. Il conto potrebbe sfiorare i 4 miliardi. Credete sia possibile? Più probabilmente saremo noi a pagare le fantasiose valutazioni che molti banchieri hanno dato alla Banca d'Italia. E se un domani lo Stato vendesse le riserve auree, che da anni giacciono inutilizzate per volontà del Governatore, non recupereremmo certamente i soldi spesi per via Nazionale. Anche le riserve, infatti, sono frutto dei nostri risparmi.
la Repubblica
5 Settembre 2005
C'era una volta....La vendita del Colosseo
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Alessandro Penati
la Repubblica
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