Strana città, Napoli. In questi giorni, sembra festeggiare una svolta storica. Un Evento (con la maiuscola) sbandierato dal sindaco come «la vittoria della giustizia contro la camorra» o, non meno irrealisticamente, la conquista dello scudetto. Napoli (dice de Magistris) fa sul serio, guadagna credibilità, attira investimenti. E uno pensa che stia parlando dell'arrivo di qualche fondo sovrano arabo, della realizzazione dei grandi progetti, di Bagnoli, della Tav per Bari. No. Nulla di tutto ciò. L'Evento storico consiste nell'apertura del cantiere che, a giugno, dovrebbe portare all'abbattimento di una delle Vele di Scampia. Strana città, Napoli. L'Evento di cui oggi ci si gloria è, in realtà, la certificazione di un fallimento. Questo sì, un fallimento storico.Costruite nel 1962-1975, le Vele erano all'inizio sette, architettonicamente ambiziose, belle da vedersi, citavano Le Corbusier, proponevano un'idea innovativa di comunità urbana, milleduecento abitazioni, altrettante famiglie che avrebbero dovuto trovare nelle forme dense di quei grandi edifici il terreno di relazioni egualmente dense. Ma fu un radicale fallimento. Le attrezzature collettive non vennero mai realizzate, la scarsa manutenzione dequalificò presto l'intero quartiere, il controllo dello Stato fu nullo, le occupazioni abusive si moltiplicarono, la stessa vicinanza suggerita alle famiglie dal groviglio architettonico si rivelò una trappola, un'astrazione intellettuale. La comunità emerse con grande difficoltà o non emerse affatto, mentre Scampia diventò terreno ideale per l'infiltrazione del crimine. Una grande piazza di spaccio. La location di pellicole e serie tv sulla camorra. Già sul finire degli anni '80, scartate le ipotesi di riqualificazione e riuso, si decise che per quell'architettura visionaria diventata incubo sociale l'unica soluzione fosse raderla al suolo. Ma anche questo, per ironia della sorte, si rivelò un fallimento. Una prima Vela fu abbattuta solo nel 1998, un'altra nel 2000, un terza nel 2003. Oggi si mette in cantiere la distruzione della quarta e si promette la distruzione (chissà quando) della quinta e della sesta. Se tutto va bene, cioè, ci saranno voluti trent'anni per liberarsi dalle Vele, quando ne erano bastati poco più di dieci per costruirle. E saranno state spese somme ingenti: l'attuale finanziamento, l'ultimo della serie, si avvicina ai trenta milioni di euro. Da queste parti, verrebbe da dire, il tempo e il denaro non contano. Ciò nonostante, la fine delle Vele è stata salutata con toni trionfalistici, come fosse il varo di un superbo bastimento, prima da Antonio Bassolino, poi da Rosa Iervolino, ora da Luigi de Magistris. Quasi che, demolendo il frutto di imperdonabili errori progettuali e politici, Napoli si affrancasse, se non dalla camorra sanguinaria dei Di Lauro, dall'immagine fastidiosa della Gomorra di Saviano. Quasi bastassero le ruspe e la dinamite per rimuovere quell'intreccio esemplare di defaillance pubbliche e vizi privati che è Scampia, fino a trasformare impudicamente la storia amarissima delle Vele in un paradossale motivo di orgoglio. Ma Napoli, si sa, è una città strana.